ROMA – Non solo fantascienza. Tron: Ares è una riflessione sul presente, sul confine sempre più labile tra l’algoritmo e l’anima umana. A raccontarlo sono i produttori Emma Ludbrook, Justin Springer e Sean Bailey, tre nomi che, insieme a Jared Leto, hanno riportato in vita uno dei miti più visionari del cinema. «Fin dal 1982, Tron ha sempre parlato dell’incontro – e dello scontro – tra umanità e macchina», spiega Bailey. «Con Ares abbiamo voluto chiederci cosa accade quando la tecnologia diventa parte della nostra identità».
OLTRE LA MACCHINA – «Il primo Tron nasceva da una domanda semplice: cosa c’è dentro la macchina?», spiega Springer. «Con Ares abbiamo ribaltato la prospettiva: cosa succede quando la macchina entra nel nostro mondo? Il film parla di questo, del modo in cui la tecnologia riflette – e forse amplifica – la nostra umanità». Una riflessione che suona più attuale che mai, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale ridisegna i confini della creatività. «La tecnologia cambia, ma il cuore dell’arte resta umano», aggiunge. «È ciò che il film vuole ricordare: i codici possono evolversi, ma l’anima non si programma».
JARED LETO, IL CUSTODE DEL MITO – Se Tron: Ares esiste, è anche grazie alla visione e all’ostinazione di Jared Leto. Emma Ludbrook, sua storica partner creativa, lo racconta così: «È un fan assoluto del franchise. Conosce ogni scena, ogni linea di dialogo, persino il videogioco arcade. È stato coinvolto in tutto, dallo script ai costumi, con un entusiasmo contagioso. Per lui questo film è un atto d’amore verso Tron».
MUSICA – A firmare la colonna sonora ci sono Trent Reznor e Atticus Ross, chiamati ben prima dell’inizio delle riprese. «Non sono arrivati in post-produzione, come spesso accade», racconta Springer. «Erano già parte del processo creativo, hanno contribuito a dare tono e identità al film». E accanto a loro, un ritorno che sa di leggenda: Jeff Bridges, di nuovo nei panni di Kevin Flynn. «È l’anima della saga», dice Bailey. «Non poteva essere solo un cameo. Il suo incontro con Ares è il cuore del film».
L’OGGETTO – Prima di salutarli, chiediamo ai tre produttori quale oggetto del mondo di Tron porterebbero nella vita reale. Springer non ha dubbi: «Il light cycle, ovviamente». Ludbrook sorride: «Io invece sceglierei quello degli anni ’80: puro design, pura nostalgia». Bailey conclude: «È questo il bello di Tron: da sempre vive a metà tra arte e tecnologia, tra stile e visione. È ciò che lo rende ancora così vivo, anche quarant’anni dopo».
Leggi anche:
- Intervista a Sergio Romano: da Cannes a La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli;
- Together: l’amore diventa incubo | La nostra video recensione del body horror di Michael Shanks
- Mads Mikkelsen contro lo spazio (e se stesso): arriva Ami, il survival sci-fi più atteso dell’anno
- L’Arca: il coraggio di fuggire per ritrovarsi | Intervista a Giorgio Caporali





Lascia un Commento