ROMA – Nel mondo di Tron: Ares la tecnologia non è solo evoluzione: è specchio, eredità, memoria. Dietro l’estetica abbagliante e gli effetti visivi, il nuovo capitolo della saga diretta da Joachim Rønning indaga la parte più intima del futuro: quella che somiglia a noi. A incarnarla sono Gillian Anderson ed Evan Peters, madre e figlio sullo schermo, eredi della famiglia Dillinger, simbolo di un potere che attraversa generazioni, mondi e algoritmi.
L’EREDITÀ DEI DILLINGER – «Abbiamo avuto solo una lunga conversazione al telefono prima di girare», racconta Anderson, con la calma e la precisione che da sempre la contraddistinguono. «Ma a volte basta poco per costruire un legame. Nella prima scena c’è già tutto: la paura, l’amore, il controllo. Una madre che osserva il figlio e capisce di aver perso qualcosa nel tentativo di proteggerlo». Peters sorride: «È una relazione piena di crepe. Elizabeth e Julian si amano e si feriscono, come tutte le famiglie. Con Gillian è stato semplice trovare quella tensione emotiva, perché lei porta in scena una verità disarmante».
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LE EMOZIONI VERE – Tron: Ares riflette sull’AI, ma lo fa senza paura, con lo sguardo rivolto all’essere umano. «Mi affascina e mi inquieta», ammette Anderson. «Spero solo che chi governa la tecnologia capisca che servono regole. E che ci sarà sempre spazio per l’imperfezione, per gli attori in carne e ossa». Peters aggiunge con ironia: «Se un giorno le macchine faranno tutto, troverò qualcos’altro da fare. Ma finché esisterà curiosità, ci sarà anche arte».
TRA SCULLY E IL FUTURO – Per Gillian Anderson, che torna alla fantascienza dopo gli anni di The X-Files, Tron: Ares è una nuova forma di esplorazione: «Non volevo prendere le distanze da Scully. Ma qui c’era qualcosa di diverso: un mondo da scoprire, una storia che parla del presente travestita da futuro. E poi c’erano Jared Leto, Evan, Greta Lee… impossibile dire di no».
EVAN PETERS E IL LATO OSCURO DELL’UMANITÀ – Dopo American Horror Story e Dahmer, Peters cambia tono ma non intensità: «In Tron la tensione è diversa. Non nasce dall’orrore, ma dallo stupore. Dal capire quanto possiamo perderci nei mondi che creiamo. È un film enorme, ma racconta qualcosa di molto umano: il desiderio di capire chi siamo davvero».
JARED LETO E IL TOCCO DI RØNNING – «Jared è un perfezionista, ma con un cuore grande», racconta Peters. «Ha seguito ogni dettaglio, perché ama profondamente Tron. Ti trascina nel suo entusiasmo». Anderson aggiunge: «E Joachim Rønning è un regista raro. Ha una visione immensa e allo stesso tempo un’intimità da cinema d’autore. Ti guarda negli occhi e sa esattamente cosa vuole raccontare».
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