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Il Grande Lebowski: Jeff Bridges, un White Russian e la genesi di un cult

Il bowling, il Vietnam, Jesus Quintana, Los Angeles: perché amiamo il film dei fratelli Coen

«A volte si incontra un uomo che è l’uomo giusto al momento giusto nel posto giusto, là dove deve essere. E quello è Drugo, a Los Angeles». In Italia arrivò al cinema molto dopo, il 1° maggio del 1998, negli Stati Uniti uscì invece il 6 marzo, ma la prima assoluta de Il Grande Lebowski si tenne alla Berlinale, il 15 febbraio 1998. Sono quindi vent’anni esatti che vagabonda nell’immaginario collettivo l’assurdo quanto geniale personaggio di Jeffrey Lebowski interpretato da Jeff Bridges, un uomo semplice a cui basta molto poco per essere felice: sdraiarsi a terra sul suo nuovo tappeto e ascoltare in cuffia i birilli cadere ai play-off di Venice Beach del 1987. Aiutato magari da un White Russian e da uno spinello, che non guastano mai:«Fortunatamente io rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente, diciamo, flessibile…».

«Drugo voleva solo il suo tappeto. Nessuna avidità…». Jeff Bridges ne Il grande Lebowski.

Investigatore involontario, il Drugo – ma in originale era The Dude – gironzola distratto dentro una storia totalmente sgangherata con protagonisti un omonimo (apparentemente) miliardario, una ragazza (apparentemente) rapita, un’artista d’avanguardia (Julianne Moore, una visione) ed un gruppo di nichilisti. Ripensandoci ora, furono in fondo solo questi e pochi altri gli ingredienti principali de Il Grande Lebowski dei fratelli Coen che – è bene ricordarlo – prima di diventare un cult assoluto, nonché oggetto di libri, devozioni varie e ritrovi di fan, fu un flop assoluto di critica e di incassi con nemmeno venti milioni di dollari al botteghino. E pensare che oggi, invece, il teaser dello spot per la birra Stella Artois pensata per il Super Bowl ha fatto sperare molti in un sequel dedicato alle (dis)avventure del Drugo.

Joel e Ethan Coen durante una pausa sul set de Il grande Lebowski.

Il personaggio del Drugo – ispirato a Jeff Dowd, produttore del primo film dei Coen – oggi è un’icona pop con tanto di culto religioso fondato in suo onore, il Dudeismo, ed un festival come il Lebowsky Fest, celebrato a Louisville, città alla cui competizione ippica Hunter Thompson dedicò The Kentucky Derby is Decadent and Depraved, dando inizio al Gonzo Journalism. E c’è indubbiamente qualcosa di gonzo nel Drugo e nella sua (assurda) odissea che trova poi ispirazione – e rispettosa parodia – nella letteratura e nel cinema degli anni Quaranta, vedi Il grande sonno di Raymond Chandler, mescolando di seguito citazioni pulp (Quentin Tarantino), satira sociale e riferimenti politici (la prima Guerra del Golfo, Saddam nel bowling e Bush Sr.), il Vietnam, l’industria del porno in crisi (?), camei clamorosi (John Turturro, Flea dei Red Hot Chili Peppers nonché il povero Philip Seymour Hoffman), sequenze oniriche ed un cast di interpreti sublimi.

Il tappeto, Philip Seymour Hoffman e Jeff Bridges ne Il grande Lebowski.

Il tutto condito da una sceneggiatura vertiginosa («Lo hai detto hermano. No se escherza con Jesus!»), i cui dialoghi sono parte della pop culture dell’ultimo ventennio, e da una regia impeccabile che guarda al cinema classico hollywoodiano distorto però dalla visione surreale dei due cineasti che infilano qua e là personaggi totalmente irregolari come il folle Walter Sobchak di John Goodman (omaggiato poi perfino da Crozza con il suo Napalm 51). Ma in definitiva cos’è Il Grande Lebowski rivisto vent’anni dopo? Un noir stonato che sembra raccontare un riflesso d’America, ma che racconta invece l’assurdità dell’esistenza stessa, con «qualche strike e qualche palla persa» e le canzoni dei Creedence Clearwater Revival a tutto volume. E comunque vada, non prendetevela mai troppo nella vita, perché la lezione del Drugo è evidente: «A volte sei tu che mangi l’orso e altre volte è l’orso che mangia te…».

  • Qui il trailer in lingua originale del ventennale del film:

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