ROMA – «Il primo film era sul rapporto con un figlio adolescente», racconta Rulli. «Ora Matteo è un uomo, e io un padre anziano. È cambiato tutto, e anche il mio sguardo». Il progetto nasce da un’idea semplice — un viaggio in Vietnam e Cambogia — ma diventa presto un percorso intimo che intreccia passato e presente, dolore e speranza. Con l’aiuto di Piperno, il regista sceglie di mettersi finalmente davanti alla macchina da presa: «Avevo bisogno di un altro sguardo, di qualcuno che vedesse anche me».
Nel documentario c’è il rapporto con Matteo, affetto da autismo, ma anche quello con Clara Sereni, compagna di vita e di cinema, la cui presenza riaffiora attraverso immagini d’archivio. Accanto alla dimensione privata, il film racconta anche il valore civile della Fondazione Clara e Stefano, che promuove modelli di convivenza innovativi tra studenti e persone con disabilità psichiche: un esempio di solidarietà concreta e contagiosa. Per Rulli e Piperno, Il figlio più bello è anche un atto politico e poetico: un cinema che osserva, che accoglie, che costruisce comunità.
Qui la nostra video intervista in occasione della XX edizione della Festa del Cinema di Roma:
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