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Il Conformista | La faccia di Trintignant e quel Bertolucci da riscoprire

Potente, severo, matematico: perché è uno dei capolavori da (ri)vedere in streaming

Il Conformista
Il Conformista

MILANO – Il conformismo secondo Alberto Moravia, il conformismo secondo Bernardo Bertolucci. Declinazione per immagini di uno dei libri più forti dello scrittore romano, diventate grandissimo cinema – e come poteva essere altrimenti – nel 1970, nell’omonimo film del maestro che, in una folla immensa di ricordi e cordoglio, ci ha appena lasciato. Solo due anni più tardi, Bertolucci, firmerà la regia della sua opera (forse) più rappresentativa e celebre, Ultimo Tango a Parigi, ma intanto si sposta nella Roma fascistissima del ’38, affidando ne il suo Il Conformista la parte di Marcello Clerici, una spia del regime, alla faccia pulita di Jean-Louis Trintignant.

Jean-Louis Trintignant è Marcello Clerici.

Insieme a lui, nel cast, Stefania Sandrelli, Gastone Moschin e Dominique Sanda. E, come si faceva una volta, vanno ricordate anche le maestranze artigianali che hanno reso gigantesco il cinema italiano: Aldo Lado, aiuto regista, Vittorio Storaro alla Fotografia, il Premio Oscar (per L’Ultimo Imperatore, appunto) Ferdinando Scarfiotti alla Scenografia, e Georges Delerue alla colonna sonora, palpitante nei momenti di maggiore tensione, soave invece quando accompagna le scene più raffinate.

il conformista
Una scena, Trintignant e la Sandrelli.

Così, Il Conformista, è prima di tutto un film che affonda le sue radici nel clima di terrore generalizzato che il fascismo esercitava sui dissidenti, perpetrando violenze inumane e restrittive di tutte le libertà individuali. Ma lo sguardo di Bertolucci è rivolto soprattutto al conformismo becero di cui è eternamente vittima la borghesia. Quella borghesia che ora è fascista, ma che in futuro potrà saltare al di là della barricata senza scrupoli nè remore. Nella scena più poetica della pellicola Clerici e il professor Quadri – vittima designata del Duce in quanto antifascista – ricordano il mito della caverna di Platone, in cui gli uomini prigionieri sono in grado solamente di scorgere le ombre proiettate sul muro dinanzi alla grotta, ma non le persone che transitano al di fuori di essa. La prima bozze di cinema, embrionale e presitorica, ritrovata in una delle pellicole chiave del Novecento.

Le geometrie di Bertolucci.

E, poi, c’è la metafora e l’invettiva cosciente che Bertolucci scaglia contro l’impossibilità di vedere la realtà della borghesia stessa. Lo stile di Bertolucci è rarefatto, fa sfoggio di una serie di salti temporali incastonati come un orologio svizzero, grazie al formidabile montaggio di un altro artigiano, Franco Arcalli. Vi è un’attenzione maniacale alla simmetria di ogni singolo fotogramma, levigato con minuzia, attenzione, cura, fino al raggiungimento della perfezione. Il finale, poi, è di una potenza dirompente: il tassello mancante per chiudere il percorso di riflessione sulla società, sulle debolezze umane, di cui Marcello Clerici è squallido portatore. Il Conformista: vedi alla voce capolavoro.

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