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High Flying Bird: basket, bugie e videotape dietro l’iPhone di Steven Soderbergh

Prolisso e intenso, abbagliante e ragionato. Tra sport, libertà e potere il regista è l’MVP della partita

ROMA – Qualsiasi cosa, negli USA, si trasforma in metafora politica. Oscar, pubblicità, sport, hit. Situazioni. Che sia quella di dare la precedenza ad uno stop o il lockout dell’NBA. Ovvero, quel periodo di stallo in cui le parti – arbitri, giocatori, manger, la stessa association – non trovano un accordo su questa o quell’altra questione. Il campionato si blocca e i salari sono congelati. Così, a guardare ad occhio, il lockout – nella storia del basketball ce ne sono stati quattro – sembra proprio lo shutdown, l’impasse attualissima che tocca il settore esecutivo del sistema politico statunitense.

André Holland e Melvin Gregg, in una scena del film.

Quindi, blocco federale e servizi pubblici momentaneamente chiusi. Per uscire dalle sabbie mobili, spesso si ricorre ad un ingranaggio di accordi, strette di mano e compromessi al limite del cinematografico. Così, Steven Soderbergh, ossessionato dalle parole e dalla costruzione della bugia e della verità, capisce che il lockout può essere quel trampolino per divertirsi a creare un’enorme matrioska in cui la più piccola delle bambole è, invece, la più grande.

André Holland è Ray Burke.

Sono questi, prendendo in prestito per il titolo il brano folk High Flying Bird – nel film una meravigliosa versione di Richie Havens –, i presupposti per la sua ultima opera, presentata allo Slamdance Film Festival e distribuito da Netflix. Tecnologicamente e narrativamente parlando, High Flying Bird, è girato con un iPhone 8 equipaggiato da una lente wide-angle, e scritto come se il senso di tutto, fosse il suo diretto controsenso. La storia, gira infatti attorno al quel basket giocato nelle hall, negli ascensori, dietro le finestre a vetri degli uffici di un ricostruito World Trade Center, ripreso di sbieco, dal basso, nel sottobosco.

Abitato da quei personaggi in giacca e cravatta pronti a tutto e a nulla per accaparrarsi la poltrona al piano più vicino al canestro. Tra loro, Ray Burke (André Holland), manager di un’importante società che assiste i giocatori più promettenti, tra cui il suo assistito di punta, in trattativa con una squadra di New York (non ci sono rimandi diretti ai Knicks), Erick Scott (Melvin Gregg). Ma con le trattative in stallo in NBA e annesso lockout, Ray, non solo escogita una soluzione al problema, evitando il suo tracollo, ma riscrive, in 72 ore, le regole stesse della Lega.

Melvin Gregg è la matricola Erick Scott.

Il basket giocato, in High Flying Bird, non si vede quasi mai. Anzi, l’unica volta che lo vediamo, è solo attraverso un filmato amatoriale pubblicato sui social. Perché, la partita, qui, si combatte su altri parquet. Lontani dalla purezza del gesto libero e tecnico – e come raccontano alcuni veri rookie durante il film, solo chi è libero riesce ad essere determinate: LeBron, Weestrbook, Harden –, gli atleti e i procuratori, si aggirano nelle stanze del potere facendosi strada a colpi di tweet e provocazioni.

Play the game on the top of the game…

E, allora, forse sarebbe meglio che il futuro di un atleta, le sue scelte, siano dipendenti da loro stessi. Un po’ come la boxe: ognuno è libero di sfidare chi vuole. E, nei prolissi dialoghi tanto amati dal regista di Oceans’ Eleven, c’è la pretesa che per un’ora e mezza l’attenzione sia rivolta esclusivamente alla sua machiavellistica pellicola ripresa con un iPhone. Quasi a spiare i bisbigli da milioni di dollari che fanno da asettica anima allo sport più bello e spettacolare del mondo.

L’iPhone 8 di Soderbergh.

Mantenendo l’ottica sulla stessa asse della marmorea sceneggiatura (scritta dal co-sceneggiatore di Moonlight, Tarell Alvin McCraney), e per mezzo della parola ”schiavitù” che se pronunciata si deve subito chiedere perdono, dice il coach afroamericano Spencer (Bill Duke), il tema razziale fa da riflesso al plot principale. Senza scavalcare troppo gli insiemi economici, sportivi, politici e culturali, Soderbergh si toglie però la soddisfazione di pizzare, qua e là, studiati ma spettacolari colpi da tre punti. Come quando, la Bibbia si tramuta in un manifesto di denuncia e colpevolezza. Da leggere solo quando arriva il momento. Né prima, né dopo aver vinto (…o perso?) la partita più importante di sempre.

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Qui potete vedere il trailer di High Flying Bird:

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