in

Hereditary e la normalità (horror) di Ari Aster

Dick Tracey, quel corto d’esordio e Toni Collette: il film del nuovo (grande) regista dell’orrore è su CHILI

Toni Colette in un'immagine di Hereditary.

Per i più arguti, coraggiosi e intraprendenti, può essere facile, durante un film horror o thriller, capire chi sia l’assassino, conoscere le motivazioni dei suoi efferati omicidi. O comprendere perché, questo o qutell’altro fantasma, sia tornato dall’aldilà, magari alla ricerca di vendetta, volendo chiudere qualche conto in sospeso. Molto meno facile è, invece, capire cosa si nasconde dietro la mente del creatore di quei film che, una volta visti, proprio non riescono a farci chiudere occhio. E, spesso, la realtà è ben diversa da quella che immaginiamo. Hitchcock? Un burlone. Wes Craven? Spiritosissimo. Dario Argento? Alla mano, si potrebbe dire. Nessuna venatura paurosa, nessun squilibrio folle: pura, semplice, normalità.

Ari Aster e il direttore della fotografia Pawel Pogorzelski sul set del film. Photo by James Minchin/Courtesy of A24.

Lo stesso concetto di tranquillità lo possiamo applicare ad un altro – nuovo sì, ma già ricercato, osannato, studiato – regista dell’orrore: Ari Aster. Boom negli States con il suo lungometraggio di debutto Hereditary – lo trovate su CHILI – e successo mondiale, con quasi 80 milioni di dollari fin ora incassati (il budget? Appena 10 milioni). Ari Aster e la normalità, dicevamo. Cresciuto a New York City, diplomatosi alla prestigiosa American Film Institute (per farvi capire: l’Hollywood Reporter l’ha dichiarata la miglior scuola di cinema del mondo) e maturato divorando qualsiasi VHS horror che gli capitasse sotto mano. E pensare che, come da lui raccontato, il film della svolta fu Dick Tracy. Tanto che, ancora oggi, ricorda il rumore ossessivo del fucile Tommy Gun (tanto da farlo scappare dalla sala!), imbracciato da un Warren Beatty in Borsalino giallo.

dick-tracey
La folgorazione? Warren Beatty versione Dick Tracy.

Ma, in un turbinio di influenze e correnti varie, la sua visione di cinema – sottolineata nel film distribuito da A24 e interpretato da una Toni Collette come non l’avete mai vista – è diventata materia nel corto d’esordio The Strange Thing About the Johnsons (virale sul web, ma accompagnato da feroci discussioni sul trema trattato: abuso, violenza, incesto e, come se non bastasse, con una famiglia afroamericana per protagonista), per poi dilagare nel dramma, nella tragedia da nightmare che è, appunto, Hereditary.

ari-aster-short
Un’immagine dal corto The Strange Thing About the Johnsons.

E, proprio di incubi è costruita l’impalcatura del film, dato che Ari, prima di trasferirsi sul set – gli interni della casa sono stati costruita su un palco, così da poter avere lo spazio necessario per poter letteralmente giocare con le distanze e le percezioni – ha voluto riprendere quelle VHS dell’orrore, riguardandosi opere come Carrie, Rosemary’s Baby, Sussurri e Grida di Bergman, il grottesco Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante di Greenaway, ma anche l’esordio alla regia di Redford con Gente Comune.

hereditary
Famiglia disfunzionale?

Perché, Aster, lo sa: per diventare grandi bisogna tenere per mano i grandissimi. Almeno fino a quando non si riesce a camminare da soli. E Ari Aster, in un gioco di ombre (e luci…), di demoni e di imprevedibile classicismo cinematografico, ha stracciato le tappe, facendo suo il pubblico, per gettarlo – senza filtri, senza limiti – in quello che è, probabilmente, uno dei migliori ritratti orrorifici dell’anima umana. Con un appunto: della normalità non bisogna mai fidarsi.

Volete (ri)vedere Hereditary? Lo trovate su CHILI

Lascia un Commento

Astute, bellissime, imprevedibili: perché le donne di Ocean’s 8 colpiscono nel segno

Io & il cinema: Giorgio Lupano