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GIRO DI BANDA I Daniele Cini: «Cesare mi ha catturato fin dall’inizio»

Daniele Cini firma un documentario che trasforma la banda salentina in un esperimento collettivo tra tradizione, jazz, migranti e piazze in movimento.

Daniele Cini

ROMA – C’è un casello ferroviario occupato, da qualche parte nel Salento, che è diventato un laboratorio di musica, un porto di mare, un punto di ritrovo per chi arriva e per chi riparte. È da lì che parte il viaggio di Giro di Banda, il documentario di Daniele Cini dedicato a Cesare Dell’Anna: trombettista salentino, cresciuto nelle bande pugliesi, capace di trasformare una tradizione familiare in un linguaggio musicale libero, ibrido, pieno di energia e contaminazioni. Il film segue Cesare tra prove, concerti, performance itineranti, dentro e fuori il suo casello-laboratorio, raccontando la sua ostinata idea di libertà e la sua rivoluzione bandistica che mescola bande da festa patronale, jazz, sonorità balcaniche e musiche della migrazione. Abbiamo chiacchierato con Daniele Cini mentre Giro di Banda sta girando le sale italiane e, in particolare, torna a Roma con una serie di proiezioni speciali in cui il regista e Cesare Dell’Anna dialogano con il pubblico, spesso accompagnati da una performance dal vivo che prolunga sul palco l’energia vista sullo schermo.

Come nasce l’esigenza di fare un film come Giro di Banda? C’è stato un momento preciso in cui ha deciso di raccontare proprio Cesare Dell’Anna?

«Io sono sempre stato incuriosito dalle persone che vanno in cerca di storie, e in questo caso è successo qualcosa di molto netto: Cesare mi ha catturato fin dall’inizio, sia come figura che come musicista. Ai suoi concerti, alla fine, si sprigiona un’energia che è davvero inusuale, almeno per me lo è stata. Non mi era mai capitato, con altri gruppi anche molto importanti, di avere così forte la sensazione di una festa collettiva, di un rito che trascina tutti.
A livello locale lo conoscevo già come una presenza straordinaria, ma mi sembrava quasi doveroso provare a farlo conoscere anche oltre il Salento: lui è sì abbastanza noto, ma, per quello che secondo me merita davvero, non ancora abbastanza. Partendo da questo colpo di fulmine per la sua potenza musicale, ho iniziato a scoprire il resto, cioè i mondi che gli stanno intorno. Ho incontrato i personaggi che ruotano attorno a lui, ho scoperto la sua storia familiare, il modo in cui ha recuperato le bande tradizionali mescolandole con le musiche arrivate con le migrazioni. Mi è sembrato che stesse facendo delle operazioni culturali davvero interessanti, molto contemporanee e allo stesso tempo radicate. E poi, naturalmente, c’è la sua vita: questo suo stare appartato in un casello ferroviario che però è diventato un luogo pazzesco di incontro, un posto dove il mondo, invece di portare lui in giro, va a cercarlo.»

Prima di iniziare a girare “sul serio”, quanto tempo ha passato con lui e con la banda? C’è stato un periodo di osservazione senza macchina da presa?

«In realtà io filmavo Cesare da molto prima di pensare a Giro di Banda come a un lungometraggio. Per anni ho registrato i suoi concerti con il cellulare, quasi in maniera istintiva, perché ogni volta avevo la sensazione che stesse succedendo qualcosa che non volevo perdere. Era come costruire un piccolo archivio personale di immagini e di suoni, senza sapere ancora bene dove mi avrebbe portato.
A un certo punto ho realizzato un piccolo documentario per una trasmissione televisiva che conduco, e lì ho “infilato dentro” anche lui: era un modo per raccontare la città e il territorio di Lecce, e Cesare mi sembrava una chiave perfetta per aprire quel mondo. Grazie a questo pretesto televisivo sono entrato a casa sua, l’ho frequentato in modo più diretto, ho iniziato a capire come vive e come lavora nel quotidiano, non solo sul palco ma proprio dentro il suo spazio.
Abbiamo dedicato quattro anni a questo documentario, tra riprese, ritorni da Cesare, concerti, momenti al casello. È stato un lavoro molto lungo e molto immersivo, un vero e proprio accompagnamento nel tempo.»

Nel raccontare la banda, che cosa la interessava di più? La dimensione identitaria, legata alla Puglia e alle feste patronali, o quella più politica e di linguaggio?

«La prima cosa che mi ha colpito non è stata tanto un discorso teorico sull’identità o sulla politica, quanto il fatto concreto di vedere nascere, grazie alla banda, un’occasione comunitaria potentissima. Cesare ”crea” davvero un insieme di persone, uno spazio condiviso che unisce generazioni diversissime: dentro la banda trovi vecchi, bambini, ragazzi, persone che magari non si incontrerebbero mai in altri contesti e che invece lì si ritrovano accomunate dalla stessa passione. È una musica e un tipo di evento che hanno in sé qualcosa di felicità: il tono è quasi sempre gioioso, trascinante. Penso, per esempio, alle parate che organizzano passando per il paese, con Mangiafuoco davanti, i giocolieri, questa sorta di pifferaio magico che trascina dietro di sé tutta la comunità. È una scena che restituisce una fortissima identità collettiva, un senso di appartenenza che non ha bisogno di essere dichiarato a parole perché lo vedi nei corpi, nei volti, nel modo in cui la gente si mette in cammino dietro la musica. E però non la definirei un’identità “solo salentina”: c’è qualcosa di più universale, un bisogno di stare insieme che potrebbe funzionare in tanti luoghi diversi. È chiaro che il film nasce da una tradizione molto specifica — quella delle bande pugliesi, delle feste patronali — ma quello che mi interessa è come da quella radice locale si sprigiona una forma di comunità che parla a tutti, al di là dei confini geografici o linguistici.»

Tutto questo però nasce da una tradizione antica. Secondo lei c’è il rischio che, tra venti o trent’anni, si perda questo legame tra la banda, le piazze e la comunità?

«Il rischio c’è sempre, e in molti posti, purtroppo, certe tradizioni si sono già perse. È inevitabile che i cambiamenti nella comunicazione e nei modi di vivere abbiano un impatto: passiamo sempre più tempo chiusi nelle nostre case, davanti al computer o al telefono, e di conseguenza si rischia che le occasioni collettive, quelle in presenza, si assottiglino. Però, insieme al rischio, esistono anche figure come Cesare che, a un certo punto, riescono a riportare alla luce ciò che ha ancora valore, a rimetterlo in circolo in forme nuove. La gente questo lo riconosce: percepisce che c’è qualcosa di autentico, e continua a dargli valore anche se il resto della giornata lo passa online. Quando abbiamo la possibilità di andare in piazza dietro a un concerto come quelli di Giro di Banda, semplicemente siamo più felici. A me sembra una dinamica talmente naturale che faccio fatica a immaginare un mondo in cui sparisca del tutto. Magari queste esperienze diventeranno meno frequenti, forse saranno più rarefatte, ma penso e spero che ci sarà sempre qualcuno che avrà voglia di riproporle, di tenerle vive e reinventarle. Da questo punto di vista mi considero ottimista: non credo che la tradizione si conserverà intatta, uguale a se stessa, ma credo nella capacità delle persone di rigenerarla ogni volta che ne sentono il bisogno.»

Il film sta girando in diverse città italiane e continuano ad aggiungersi proiezioni. Che cosa le interessa di più, oggi, nell’incontro dal vivo con il pubblico dopo le proiezioni?

«L’incontro dal vivo è un momento fondamentale, quasi terapeutico, per chi fa questo lavoro. In sala hai finalmente un contatto diretto e molto salutare con le persone: capisci davvero che cosa arriva, che cosa rimane del film, che tipo di forza emotiva sei riuscito a trasmettere. Le domande, i silenzi, le reazioni ti fanno vedere il tuo lavoro con altri occhi, ti restituiscono la misura di ciò che hai fatto.
Allo stesso tempo, ogni proiezione è una piccola scommessa, perché il documentario al cinema non è mai facile da comunicare. Il termine “docufilm”, l’idea che si tratti dello sguardo di una persona sconosciuta su un pezzo di realtà: sono tutte cose che non aiutano quando devi fare una campagna di promozione, quando cerchi di coinvolgere un pubblico più vasto, abituato magari a un altro tipo di cinema. Far capire perché vale la pena andare al cinema per vedere un documentario è sempre una sfida. Però mi sembra che, finora, Giro di Banda stia andando nella direzione giusta: le sale continuano a darci disponibilità, si aggiungono nuove date, e questo significa che evidentemente c’è una risposta, una curiosità da parte del pubblico. Quindi non posso che sperare che questo movimento continui, che il film trovi sempre più spettatori e che, dopo ogni proiezione, ci sia ancora occasione di parlare, di ascoltare e magari di fare festa insieme, come succede con la banda di Cesare.»

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