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E adesso non chiamateli più cinecomics. La svolta politica di Black Panther

Denso, politico, attuale. Il film di Ryan Coogler? Probabilmente destinato a riscrivere i canoni Marvel

E adesso non chiamateli più cinecomics. Il momento cruciale è arrivato, a dieci anni da quel primo tassello (Iron Man) che ha riscritto la serialità nel mondo del cinema. Del resto, in casa Marvel Studios, le cose non sono mai andate tanto bene, tanto che il nuovo capitolo (e fanno diciotto) è forse il più complesso, ambizioso e sì, anche controverso, che il produttore Kevin Feige abbia tirato fuori dalle pagine dei fumetti. Con Black Panther la Marvel ha osato spingersi talmente in là – pur mantenendo il suo tipico linguaggio – da toccare sentieri politici di strettissima attualità. No, non lo aveva mai fatto prima, e sicuramente mai in modo così marcato. Adesso però la cosa è una naturale conseguenza dei tempi (oscuri) che stiamo attraversando e il film di Ryan Coogler – regista rivelazione dopo Creed, ma nessuno dimentichi che è lo stesso di Fruitvale Station –  arriva a gamba tesa con addosso addirittura la copertina di Time in un passaggio storico e sociale precario e ferito. E Re T’Challa, interpretato da Chadwick Boseman, interroga lo spettatore, mettendolo davanti a verità crude, facendolo dubitare su giusto o sbagliato.

Chadwick Boseman, protagonista di Black Panther, sulla copertina di Time.

In estrema sintesi Black Panther racconta i fatti immediatamente successivi a Captain America: Civil War, quando T’Challa sale al trono come nuovo re del Wakanda, Paese progredito, grazie al raro Vibranio su cui sorge, nel cuore più profondo della Africa Nera. Tutto qui? Sì, in Black Panther c’è relativamente poca trama e tutto ruota su un delicato fulcro: aprirsi o no al mondo? Conquistare o essere conquistati? Tenersi tutto o mescolarsi? E, soprattutto, mantenere una propria cultura ignorando (o reprimendo) le altre? Quesiti che rimbombano, cambiando di netto la consueta strada del cinema Marvel, un dato importante, a sottolineare maturità da parte di tutta la produzione, che centra il film sulla black culture, evitando cliché e buonismi, lanciando frecciate che non risparmiano nessuno, pur in una pellicola ricca di colori, profumi e atmosfere mistiche con almeno un paio di scene di pregevole cinema – vedi il duetto tra Martin Freeman e Andy Serkis – che valgono il prezzo del biglietto.

La recensione di Black Panther del New York Times.

C’è tanta Africa in Black Panther, la ricchezza di un continente, ma anche la sofferenza di un popolo senza pace, oggetto di dispute, guerre, confini fasulli, mappamondi che girano sempre dalla stessa parte. Dimenticando la nozione più importante di tutte: senza Africa, culla ancestrale, non ci sarebbe l’umanità. Pellicola densa, la più densa di tutto il Marvel Universe, costruita su un eroe monarca, re dubbioso e potente, sbruffone ma nobile che non vuole spalancare le porte del regno. Almeno fino a quando a reclamare il trono arriva il cattivo Erik (Michael B. Jordan), che invece vuole aprire Wakanda, per aiutare (conquistando) i fratelli neri, che come si ascolta in un passaggio da brividi, «hanno preferito gettarsi in mare piuttosto che diventare schiavi».

L’opinione di Variety su Black Panther.

Controllata ma potente politica in un film di entertainment puro, dunque. C’è riuscita, o meglio ha avuto il coraggio di riuscirci, la Casa delle Idee, che con i suoi personaggi, ha raccontato per disegni e per immagini, la storia moderna (come dimenticare il punch di Cap America ad Hitler?), con tutte le sue pericolose incoerenze. E oggi, se in piena era Trump arriva addirittura un re in calzamaglia a dirci che il punto di non ritorno è vicino, allora forse è meglio che si distruggano i muri per aprire la strada ad un ponte di unione e speranza. Una cosa è certa: da oggi i cinecomics non potranno più essere gli stessi.

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