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Musica, guerra, passione: perché abbiamo amato il bianco e nero di Cold War

Un film metaforico e malinconico con cui Pawlikowski riconferma la sua maestria. Da oggi su CHILI

Cold War.

Polonia, 1949. La guerra ha lasciato solo macerie materiali e psicologiche. Tutto è da ricostruire. Wiktor (Tomasz Kot) e Irena (Agata Kulesza), etnografi musicali, decidono di ripartire dalla tradizione folcloristica, viaggiando per villaggi e campagne immerse nella neve scricchiolante, alla ricerca di giovani voci da inserire in una compagnia di danze e canti popolari. In mezzo a loro anche Zula (Joanna Kulig), finta contadina in fuga dalla povertà che, si dice, abbia ucciso il padre. Tra lei e Wiktor nasce un amore profondo ma osteggiato dal tempo e dalla politica che li vedrà rincorrersi, in giro per l’Europa, per i successivi quindici anni.

Tomasz Kot è Wiktor in Cold War.

Non è un caso se a contendersi l’Oscar 2019 come miglior film straniero sono stati il bianco e nero brillante di Pawel Pawlikowski con Cold War – lo trovate su CHILI – e di Alfonso Cuarón con Roma, entrambi già vincitori, rispettivamente, per Ida (2015) e Gravity (2014). Perché? Basta guardare ai titoli e ai registi che più di tutti hanno lasciato una traccia negli Anni ’00. Nella maggior parte dei casi si tratta di un cinema geograficamente delimitato tra i confini del Sud America e dell’Est Europa. Da Una donna fantastica a Pablo Larraín, da The Tribe a Alejandro Iñárritu passando per Il figlio di Saul a Guillermo del Toro fino al greco Yorgos Lanthimos.

Una scena del film di Pawel Pawlikowski.

Pawlikowski – vincitore di 5 Efa, tra cui miglior film europeo – torna a raccontare l’amore totalizzante a cui fa da sfondo la storia politica e sociale del suo Paese. Da quello per Dio della vergine di vita Ida, alla ricerca del suo passato, a quello di Zula e Wiktor sfumato da ellissi nere, perché il tempo passato lontani non esiste. Dedicata alla memoria dei suoi genitori – «Erano tutte e due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale» -, la pellicola copre un arco temporale che dal 1949 arriva al 1964 muovendosi tra la Polonia post bellica, Berlino Est, Parigi e la Jugoslavia sotto scacco della Guerra Fredda. Incastonati nel formato 4:3 i volti dei due amanti, centro dell’inquadratura e dei rispettivi mondi: la bellezza inquieta di lei e la solidità vacillante di lui.

Joanna Kulig è Zula.

Metaforico e malinconico, in Cold War la maestria tecnica di Pawlikowski si confonde con la ricostruzione storica, la musica popolare con il jazz dei night club parigini, l’accecante neve dell’inverno polacco con il nero brillante della Senna. Mentre sottotraccia s’insinua l’unica via possibile perché quell’amore perennemente in guerra esista: «Andiamo dall’altra parte, la vista è migliore da lì». Un bianco e nero che infiamma e lascia attoniti.

  • Volete (ri)vedere Cold War? Lo trovate su CHILI

Qui potete vedere il trailer di Cold War:

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