ROMA – C’è un modo tutto italiano di intendere la commedia come rumore di fondo: battute in batteria, tic riconoscibili, un’idea di “spettacolo” che spesso coincide con l’ansia di compiacere. Buen Camino si muove altrove. Zalone qui non alza la voce, semmai prova a ritrovare un timbro: più mite, più controllato, persino più malinconico (il rapporto con la figlia nella sua complessità e redenzione), senza per questo rinunciare alla sua funzione primaria—far sorridere. E in un momento in cui la commedia italiana pare aver smarrito da almeno un paio d’anni la capacità di intrattenere senza diventare inoffensiva o meccanica, il dato più semplice è anche il più prezioso: per novanta minuti Zalone ci riesce ancora.
Il merito, in larga parte, è probabilmente dovuto dal sodalizio con Gennaro Nunziante, che torna a farsi sentire come una firma—non solo un nome nei titoli. La loro intesa lavora sul ritmo, sulla costruzione delle scene, sulla puntualità dei piccoli spostamenti emotivi che permettono alla gag di nascere non dal “numero”, ma dalla situazione. Non tutto fila liscio: la sceneggiatura inciampa, si concede passaggi più sbrigativi, e soprattutto imbocca un finale prevedibile già quando il secondo atto comincia a riorganizzare la rotta. Ma Buen Camino non è interessante perché perfetto: lo è perché, pur tra imperfezioni evidenti, conserva una cosa rara—la sorpresa intermittente di una comicità che non si limita a ripetersi. Che Zalone riesce (perchè ci riesce) a cambiare in ogni suo film. Nonostante il passare degli anni.

In Buen Camino Checco vive come se la vita fosse un bene ereditario e non un tempo da amministrare. È figlio unico di Eugenio Zalone, ricchissimo produttore di divani, e abita il mondo nella forma più comoda possibile: ville, piscina, yacht, domestici sempre in movimento attorno alla sua immobilità, una fidanzata giovane e bellissima che sembra appartenere allo stesso arredamento di lusso. Con gli amici condivide un’unica passione: non lavorare. È un’esistenza piena, eppure incompleta—perché c’è qualcosa che ha scelto di non vedere. Quel vuoto ha un nome: Cristal, sua figlia minorenne, chiamata con il gusto kitsch di un’epoca e di un ceto (in onore delle famose bollicine francesi), scomparsa improvvisamente. Linda, l’ex moglie, lo richiama a Roma e Checco si accorge di essere padre solo quando la paternità gli viene chiesta come responsabilità. Il problema è che di Cristal non sa nulla: non la conosce, non conosce la sua vita, i suoi desideri, le sue fratture.
A fargli da guida—e da grimaldello narrativo—arriva Corina, migliore amica di Cristal, che Checco convince a parlare con i metodi che gli sono più congeniali. La verità è che la ragazza è partita per la Spagna e ha deciso di percorrere il Cammino di Santiago di Compostela: ottocento chilometri a piedi, in cerca di un senso, di una direzione, forse di un’uscita. Checco giudica quella scelta folle, ma non ha alternative: se vuole ritrovare la figlia deve mettersi in cammino anche lui. E così, tra sentieri assolati e pioggia, montagne fredde e ostelli fatiscenti, pasti improvvisati e incontri di passaggio, il viaggio diventa l’unico spazio possibile per provare a ricomporre un rapporto che, di fatto, non è mai esistito.

Da una parte la macchina comica, dall’altra il tentativo di farla respirare dentro un racconto di trasformazione. È proprio lì che arrivano piccoli inciampi: alcuni snodi narrativi sembrano “messi in riga” più che davvero conquistati, e il finale—per quanto funzionale—si lascia intuire con largo anticipo, togliendo tensione al tratto conclusivo degli ultimi (almeno) 15 minuti. Ma sarebbe riduttivo fermarsi alla contabilità dei difetti. La tenuta sta soprattutto nel lavoro a quattro mani con Nunziante: si percepisce nella gestione del tempo (non solo comico), nella capacità di far nascere la risata da un dettaglio morale, da un automatismo sociale, da un istinto meschino che improvvisamente si incrina. La comicità qui è meno abrasiva rispetto ai picchi del passato, più tenue, sì—ma non per questo meno efficace. Anzi, Al termine della visione, Buen Camino lascia un’impressione chiara: non è il titolo più centrato di Zalone, né quello più compatto, eppure resta un film che può far sorridere un pubblico vasto con un mestiere che la commedia italiana recente sembra aver dimenticato—quello di intrattenere senza chiedere scusa, senza irrigidirsi nella formula, senza travestire la mancanza d’idee da cinismo o da comfort.
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