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L’identità di genere, Hilary Swank e la controversa eredità di Boys Don’t Cry

Nella seconda puntata di Queer Corn, il cult di Kimberley Peirce rivalutato dalla sensibilità moderna

boys don't cry

MILANO – Quando uscì nelle sale statunitensi, il 22 ottobre 1999, Boys Don’t Cry (lo trovate su CHILI) sconvolse l’opinione pubblica: era la prima volta che un film trattava di un uomo transgender, per di più raccontando una storia vera. Per la società americana dell’epoca quel film rappresentò una sorta di introduzione all’identità di genere, che per la maggior parte dei casi veniva ancora ignorata. E non solo da chi non era particolarmente attento al tema della diversità, o non ne conosceva proprio l’esistenza, anche molti degli attivisti LGBT preferivano concentrarsi su temi più pressanti e i diritti e la rappresentazione di uomini trans dovettero aspettare un bel po’ prima di diventare parte integrante del discorso. A dire il vero, ancora oggi le cose sono migliorate ben poco.

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Hilary Swank è Brandon Teena in Boys Don’t Cry

Diretto da Kimberly Peirce e interpretato da Hilary Swank, Boys Don’t Cry è diventato quasi subito un cult ma la sua eredità è a dir poco controversa. La Swank, che per questo ruolo ha vinto un Oscar come Miglior Attrice, interpreta Brandon Teena, un ragazzo del Nebraska che venne stuprato e ucciso in un tempo in cui la transfobia non aveva ancora un nome ma mieteva già le sue vittime. Perché controversa, vi chiederete, se quasi all’unanimità viene considerato un grande film? Fondamentalmente perché, per i diretti interessati, negli anni ha assunto una doppia valenza. Da una parte la positiva comparsa della rappresentazione nei media quando il discorso sull’identità di genere era virtualmente assente. Dall’altra, è stato a più riprese accusato di sfruttare il tema e molti spettatori lo hanno addirittura definito doloroso da guardare.

Una scena di Boys Don’t Cry

Non solo, ma allo stesso modo delle critiche rivolte a The Danish Girl qualche anno fa, la scelta di un’attrice cisgender è stata considerata controproducente per aver dato l’immagine di uomo trans come di una donna che si veste da uomo. Se questi film fossero stati realizzati oggi, gli attivisti si sarebbero mossi perché i personaggi venissero interpretati da un attore o un’attrice trans, come è giusto che sia. All’epoca, però, non ci furono vere e proprie proteste e le brutali scene esplicite suscitarono più riserve e critiche di qualsiasi discorso sociale o rappresentativo che vi stesse dietro. D’altronde ogni epoca ha la sua sensibilità e solo oggi abbiamo imparato ad essere più attenti a questi aspetti. La stessa Peirce ha più volte sostenuto che oggi il film sarebbe molto diverso ma che allora fu un traguardo non da poco.

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Brandon in una scena di Boys Don’t Cry

In effetti il film non ebbe una lavorazione facile e incontrò molti ostacoli per arrivare nelle sale, primi fra tutti i conservatori che forse avrebbero preferito che il codice Hays fosse ancora in vigore per impedirne la realizzazione. Per questo le opinioni sono arrivate ad essere così divise. Da un lato Boys Don’t Cry è stato veramente una pietra miliare del cinema queer – perché per la prima volta una grossa parte della comunità LGBTQ+ si è vista rappresentata ed è stata protagonista sul grande schermo –, dall’altro la percezione moderna ci fa dire che sì, è stato un grande passo, ma che non andrebbe consacrato senza colpe, come molti invece tendono a fare. Questioni delicate e complesse che poco a poco si stanno evolvendo e a cui è complesso dare una risposta definitiva. Il film di Kimberly Peirce rimane comunque una visione da non tralasciare, se non altro per capire con chi siamo d’accordo.

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