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Ali Abbasi: «Border? La mia metafora sull’identità, tra mitologia e reale»

Realismo magico, troll e appartenenza sociale: il regista racconta il film tratto dal racconto di Lindqvist

Ali Abbasi sul set di Border.

MILANO – «Ho notato che in Italia il modo di ragionare è di chiedere cosa c’è dietro il simbolo, il significato nascosto dietro le cose. Un approccio molto diverso da quello degli americani. E questo mi fa sentire come di essere in Iran». Parola di Ali Abbasi, regista iraniano-svedese di Border – Creature di confine, incontrato a Milano per la presentazione del film. Adattamento di Gräns, racconto contenuto nella raccolta Let the Old Dreams Die scritta da John Lindqvist, Border ha vinto il premio come miglior film nella sezione Un Certain Regard di Cannes71. E di simboli e metafore Abbasi dissemina la pellicola unendo mitologia e critica sociale. Un film che parla di integrazione, identità e conflitto muovendosi sul doppio registro del thriller e del fantasy grazie alla sua protagonista, Tina (una sorprendente Eva Melander), impiegata alla dogana dal fiuto eccezionale, capace di captare paura, senso di colpa e vergogna dei passeggeri. Fino a quando non incontra Vore (Eero Milonoff), creatura simile a lei che la costringerà a fare i conti con la sua vera natura…

Il regista di Border, Ali Abbasi.

GLI ATTORI «Non ho un metodo. Non sono un regista tecnico ma spendo molto tempo per il casting, è l’80% del mio lavoro. Per trovare i protagonisti di Border ho impiegato due anni. Per me è importante scovare i volti giusti e in quest’arco di tempo ho anche elaborato i personaggi per trovare una sintonia con gli attori. Tendo a scolpire la storia in base agli interpreti che scelgo».

La scena dell’incontro tra Tina e Vore.

SUL SET «Sul set cerco di essere veloce e intuitivo e non perdere troppo tempo per le luci, ad esempio. Do agli attori la libertà di esplorare i loro personaggi. Preferisco avere tre ciak brutti e uno eccellente con gli interpreti consapevoli di poter fare cazzate, al patto che esplorino durante le riprese. Dobbiamo lavorare per lo stesso scopo».

al trucco per trasformarsi nel suo personaggio.

I TROLL «Non conoscevo molto sui troll. Ha letto la pagina di Wikipedia lorp dedicata e poi l’ufficio della produzione mi ha dato del materiale. A un certo punto ricordo di aver pensato: “Ho divento un esperto mondiale sui troll o li uso come metafora per raccontare altro, preservando gli elementi integrali del mito”».

Una scena del film.

LA MITOLOGIA «Nel testo di partenza esiste già una versione alterata dei troll. La cosa affascinante è che assumono caratteristiche comuni della loro mitologia ma sono anche ambivalenti. Non sono sexy come possono essere i vampiri o aggressivi come gli zombie. Alcune storie li dipingono come assassini che mangiano bambini, altre come dei pasticcioni. E questa ambivalenza è molto forte in Tina. Non riusciamo a capire di cosa è capace fino a quando non glielo vediamo fare».

Eva Melander è Tina in Border.

IL REALISMO MAGICO «Nel suo racconto di John Lindqvist mostra un mondo che fa eco con il mio. Le sue storie si sviluppano su una tensione di personaggi soli, ai margini, con il problema della quotidianità a cui poi si aggiunge una vita soprannaturale. È come se lui realizzasse una versione scandinava del realismo magico e io una iraniana. E questo racconto è quello che mostra di più la terza dimensione, tra realtà oggettiva e fantastica».

Eva Melander, Ali Abbasi e John Lindqvist.

LE DOMANDE «La volpe nel film è la nipote di quella de L’Anticristo di Lars von Trier. Nel suo film, però, l’uso degli animali era per sottolineare i diversi umori, opere ed eventi. Qui rappresentano un mondo che riflette l’universo della mitologia nordica. Non volevo raffigurare la volpe come l’incarnazione dei troll. Volevo fossero in una zona limitrofa tra il sovrannaturale e la banalità del reale. Questo per poter suscitare domande negli spettatori».

Eva Melander in una scena di Border.

L’APPARTENENZA SOCIALE «Vengo da una famiglia dell’alta borghesia iraniana. No ci sono stati molti traumi nella mia crescita. Quindi se devo trovare un’identificazione con uno dei temi del film non è metaforica ma nell’ambivalenza. Quando sono arrivato in Europa, nel 2000, mi sono posto molte domande ed ero circondato da persone che sentivano il bisogno di tornare nel proprio Paese. La mia riflessione è stata quella che non c’è bisogno di avere una sola identità. La mia appartenenza sociale è più importante della mia identità. Non mi sento emarginato né in Scandinavia né in Iran».

Ali Abbasi e Eva Melander sul set di Border.

LA LIBERTÀ «Se faccio film è perché voglio trasmettere il mio modo di vedere il mondo agli altri. Voglio includere ogni aspetto possibile per me la realtà è brutale, romantica, noiosa, felice, brutta, bella. Se mi chiedessero di inserire una sola parte di questi aspetti, non sarebbe il mio modo di sentire. Non trasmetto un messaggio lineare ma cerco di far vedere le cose che mi circondano. La cosa bella del cinema e di tutte le forme di arte è di avere il dovere e la libertà di non dover etichettare le persone come gay o nere perché abbiano il diritto di parlare di un dato tema. Si può essere gay e comunista e fare il più bel film mai realizzato su Gesù Cristo come fece Piera Paolo Pasolini».

  • Qui potete vedere il trailer di Border:

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