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Andrej A. Tarkovskij: «Io, l’emozione e quel documentario su mio padre»

Le idee, la critica e l’eredità: il regista racconta il padre al Ravenna Nightmare Film Festival

andrej tarkovskij

MILANO – Un padre, un figlio, un nome. Andrej Tarkovskij è una delle figure imprescindibili della storia del cinema, autore di capolavori immortali che rendono la sua visione non solo cinematografica, ma prima di tutto poetica, della vita e della realtà. Oggi il figlio, Andrej A. Tarkovskij, ha voluto raccontare – o meglio far raccontare – suo padre con il documentario Andrej Tarkovskij – Il cinema come preghiera. Un monologo fatto di registrazioni, filmati inediti e intervisti dove a raccontarsi è lo stesso regista. Abbiamo contattato Andrej A. Tarkovskij in occasione dell’edizione digitale del Ravenna Nightmare Film Festival, dove era presentato il documentario, per parlare dell’idea dietro il film, del rapporto del padre con la critica e degli insegnamenti di un grande maestro.

L’IDEA «Quando ho iniziato a lavorare al documentario? Molti anni fa, basandomi sui diari. Poi per motivi di produzione il film fu interrotto e abbiamo rallentato. Due anni fa, riprendendo in mano il progetto, ho deciso di cambiare tutto e creare questa versione, un monologo di mio padre che racconta sé stesso. Un ennesimo film su Tarkovskij sembrava superfluo, c’erano già stati troppi film, troppi libri scritti su di lui e per me quello che mancava era la sua figura, la sua personalità, quello che pensava. Mi premeva dimostrare questo».

Andrej Tarkovskij

EMOZIONI «È stata un’esperienza molto bella. Sia per me sia per le persone con cui ho lavorato, da mio cugino che ha lavorato a Lo specchio e conosceva bene mio padre al nostro autore che era stato l’autore de Il sacrificio. Lavoravo sempre con qualcuno che conosceva bene mio padre e per noi è stato un modo per ricordarlo e ripercorrere un po’ i momenti che abbiamo passato insieme con lui».

Andrej Tarkovskij
Una scena inserita nel documentario

CAPIRE TARKOVSKIJ «Forse l’errore più grande è stato quello di piazzarlo tra i registi del cinema, mentre lui prima di tutto era un poeta. Le radici della sua cultura e del suo immaginario vanno alla letteratura, al secolo d’argento della cultura e della filosofia religiosa russa. Cioè tutto quello che lui ereditò, come linguaggio poetico, da suo padre, Arsenij Tarkovskij, un grande poeta russo. C’era questa connessione, questo rapporto con il padre che ho voluto sottolineare anche nel film. Invece limitare Tarkovskij ad un regista, una persona che è un artigiano del cinema, significava ignorare tutte quelle che erano le ragioni per cui faceva i suoi film. I suoi film non erano un fine, l’arte per lui era un mezzo di conoscenza, per rispondere alle domande fondamentali della nostra esistenza, questo è quello che per lui significava il cinema».

Dietro le quinte del documentario

LA CRITICA «Forse a volte non veniva ben compreso, i critici non riuscivano a capire, o piuttosto a sentire – perché lui diceva sempre “I miei film non vanno visti, vanno vissuti”. Ovvero bisogna creare un’empatia con l’autore, cercare di condividere la propria esperienza con lo spettatore. Quindi prima di tutto è un incontro emotivo e non intellettuale. Se uno cerca di analizzare i film di Tarkovskij dal punto di vista intellettuale non ci capisce niente. Perché in realtà il primo impatto è quello di sentire Tarkovskij, non capirlo, quello viene dopo. E questo secondo me veniva un po’ tralasciato dalla critica. Anche perché già i suoi film facevano fatica ad essere mostrati al pubblico perché andavano contro qualsiasi realismo socialista predominante in quel periodo».

Andrej Tarkovskij
Andrej Tarkovskij sul set

L’UNIONE SOVIETICA «In vent’anni in Russia ha fatto cinque film. Era molto difficile per lui lavorare lì perché non ha mai voluto fare dei film su ordinazione, non ha mai voluto fare niente che non andasse d’accordo con i suoi principi etici e spirituali. Ha avuto sempre un rapporto molto teso con le autorità sovietiche, perché chiaramente in quegli anni il cinema era statale. Il culmine è stato il tentativo dei sovietici di boicottare Nostalghia, che è un film sovietico co-prodotto con la Rai, al Festival di Cannes, dove lui contava sul supporto del proprio paese e in realtà ha visto che veniva ostacolato. Non l’ha abbandonata per motivi politici, l’ha lasciata solo per poter lavorare: la scelta era o lavorare o tornare in Russia e rimanere senza il suo lavoro. Ma per un artista come lui, per un vero artista, non poter creare si equiparava a una morte».

Andrej Tarkovskij
Andrej Tarkovskij

L’EREDITÀ «Chiaramente per me non era solo padre ma era anche maestro. Ovvero, io credo che il cinema, o comunque l’arte in generale, è un incontro emozionale con il pubblico. Quindi non posso fare qualcosa dove non c’è emotività, non c’è un rapporto diretto, dove non metto me stesso. Questo è un approccio che ho ereditato da lui e credo che sia l’unico nell’arte che funzioni. Perché l’arte non è matematica, è emozione, compassione e condivisione delle emozioni. È l’incontro tra l’artista e le persone. Quindi per me questa è una cosa imprescindibile e credo di averla ereditata dagli insegnamenti di mio padre».

Qui potete vedere il trailer di Andrej Tarkovskij – Il cinema come preghiera:

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