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L’importanza di chiamarsi Denzel Washington

Da Glory a Flight, dalla tv all’ottava nomination all’Oscar: trentacinque anni senza cedimenti

Di Denzel ce n’è uno solo. Come Bruce, Vasco, LeBron. Uno di quei casi in cui è sufficiente il nome proprio per identificare immediatamente la leggenda. Da una parte, l’uomo in tutte le sue debolezze e fragilità, ovvero il lato più sporco e ruvido, in fuga dai suoi demoni oppure alla ricerca di una redenzione: come in Verdetto  finale (gran thriller, da recuperare), dove Denzel Washington interpreta un procuratore ex poliziotto la cui vita è rovinata da un cattivissimo John Lithgow, che lo incastra per pedofilia, distruggendone l’immagine pubblica. O come ne Il diavolo in blu, tratto da un magnifico noir di Walter Mosley, in cui è un disoccupato che si reinventa investigatore.

L’inizio di tutto: nel 1983 con Ed Begley e Mark Harmon nella serie A cuore aperto.

E poi, l’immensa lettera d’amore al basket di Spike Lee, He Got Game: un uxoricida che cerca di ritrovare l’affetto del figlio e uno spiraglio di libertà. Altri esempi memorabili? Il tetraplegico criminologo sull’orlo del suicidio Lincoln Rhyme de Il collezionista di ossa, il violento sergente Alonzo Harris di Training Day – che gli ha permesso di vincere l’Oscar – ma anche l’alcolizzata guardia del corpo Creasy di Man on Fire (uno dei più febbrili e adrenalinici film di Tony Scott), il boss dell’eroina Frank Lucas di American Gangster, per arrivare al sorprendente capolavoro Flight di Zemeckis: apoteosi del Denzel in versione immorale e bastarda, un eroe americano che compie un miracolo, pieno di vodka e fatto di cocaina, e deve poi difendersi dal sistema giuridico e da una naturale attrazione per l’autodistruzione.

Con Spike Lee, in una pausa sul set di Malcolm X, 1992.

Dall’altra, il profeta Washington, la guida morale della cultura black, il volto cinematografico più fiero e hollywoodiano dell’orgoglio afroamericano: il miglior Malcolm X che si possa desiderare, l’avvocato grintoso e appassionato di Philadelphia, il pugile Rubin Carter detto Hurricane vittima di un vergognoso caso giudiziario, il coach antirazzista de Il sapore della vittoria, l’operaio John Q. disposto a tutto pur di far operare il figlio malato. Corretto e scorretto, due facce della stessa medaglia: quella di uno degli interpreti più eclettici della storia del cinema, che da trent’anni non mostra cedimenti.

Con Tom Hanks, Mary Steenburgen e Jason Robards in Philadelphia, 1993.

Non sorprendiamoci se troviamo di nuovo – per l’ottava volta in vent’anni – mister Denzel Washington nella cinquina dei candidati per l’Oscar come miglior attore protagonista: Roman J. Israel, Esq. prosegue una galleria di personaggi sempre definiti, significativi, politici. E anche la carriera da regista ha un profilo coerente: se Antwone Fisher e The Great Debaters sono soprattutto meritevoli per le nobili intenzioni, Barriere è un’imponente lezione su come adattare il testo teatrale per il grande schermo. Cuore, muscoli, cervello: come Denzel nessuno mai.

Washington con Colin Farrell in Roman J. Israel Esq, la sua ottava nomination all’Oscar.
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