ROMA – La crisi. Prima o poi, quando si parla di cinema italiano, quella parola ritorna. Cambiano i governi, i registi, gli attori, le generazioni di spettatori e persino il modo in cui guardiamo i film, ma la crisi resta lì. A volte economica, altre creativa, industriale o semplicemente di pubblico. Fulvia Caprara questa storia l’ha sentita raccontare molte volte. Giornalista de La Stampa, presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, una vita trascorsa tra set, festival, interviste e sale cinematografiche, ha visto il nostro cinema cambiare pelle più volte e conosce abbastanza bene il mestiere da diffidare tanto delle diagnosi definitive quanto delle assoluzioni facili. Perché un sistema può certamente non funzionare, ma attribuirgli ogni responsabilità rischia di nascondere domande più scomode: quali storie stiamo raccontando? Perché continuiamo ad affidarci agli stessi volti? Quanto spazio concediamo davvero a un giovane autore dopo averne celebrato l’esordio? E soprattutto: il cinema italiano riesce ancora a raccontare il paese nel quale viene prodotto?
Con Caprara abbiamo parlato di questo, ma anche del mestiere che condividiamo: raccontare il cinema in un tempo in cui recensione, informazione, promozione e contenuto social finiscono troppo spesso nello stesso calderone. Una conversazione sul presente che, alla fine, torna inevitabilmente all’origine di tutto: essere ancora capaci di sedersi davanti a un film e lasciarsi sorprendere.
Da anni sentiamo tornare ciclicamente l’espressione “crisi del cinema italiano”. Secondo te qual è oggi il vero problema: i film, il pubblico oppure il sistema che dovrebbe farli incontrare?
«Questa cosa della crisi del cinema italiano ritorna praticamente da sempre. Anche nelle interviste che mi è capitato di fare con i registi, quando parli con quelli un po’ più grandi sorridono e ti dicono: “La crisi? Lo dicevano da sempre”. Naturalmente ci sono periodi più difficili e altri meno e sicuramente esiste un problema di sistema che va affrontato. Tutta la questione del tax credit, prima bloccato, e poi i provvedimenti che sono stati presi mi sembrano inadeguati. Questo sicuramente. Ma secondo me non bisogna caricare tutte le colpe soltanto sul sistema, perché esiste anche un problema strutturale, di ispirazione dei registi e delle storie che vengono raccontate».
Hai visto passare generazioni diverse di registi e attori. Il cinema italiano ha ancora dei nomi realmente capaci di portare il pubblico in sala?
«Sono pochi. Abbiamo un parco attori ripetitivo, non si scommette sulle nuove facce e sui nuovi registi e si tende ad andare sempre sul sicuro. Ci sono attori bravissimi che piacciono, funzionano e riescono davvero a portare il pubblico in sala. Il problema è che sono sempre gli stessi. Non si tenta abbastanza di far affermare altri volti, altre persone. E questo alla fine pesa».
Si parla continuamente di “giovani autori”. Ma il problema è davvero scoprirli oppure permettere loro di arrivare al secondo e al terzo film?
«Secondo me c’è innanzitutto un problema ancora precedente. Mi ha molto colpito una cosa raccontata da Paolo Strippoli a Venezia, quando ha presentato il suo film L’estranea. Disse di essere stato a una manifestazione in cui a un certo punto avevano chiamato sul palco un “giovane autore”: questo giovane autore era un cinquantenne, anzi un ultra cinquantenne. Mi ha fatto sorridere, perché già dovremmo riflettere su questa cosa. Strippoli ha 33 anni ed è quasi una mosca bianca nel nostro panorama. Spesso inoltre si realizza un esordio molto buono, che lascia traccia, ma riuscire a fare il secondo o il terzo film diventa veramente complicatissimo. Sappiamo che la seconda prova, soprattutto dopo un grande successo, è difficile anche per la paura di non riuscire a ripeterlo. Però effettivamente diventa molto difficile andare avanti e spesso serve un incasso molto forte per riuscirci».
Negli ultimi anni sembra esserci quasi un’ossessione per capire come il nostro cinema venga percepito all’estero. Dovremmo preoccuparci prima di riconquistare il pubblico italiano?
«Secondo me la questione dell’estero bisogna porsela, perché è molto grave che due festival internazionali importanti come Berlino e Cannes non abbiano avuto un titolo italiano in concorso. Poi c’è stata Venezia, dove Alberto Barbera ha dato grande attenzione al nostro cinema, scegliendo anche bei film che hanno gareggiato con titoli importanti. Al di là dei premi, l’importante è gareggiare con i grandi. Credo quindi che le due cose non siano scindibili: vanno di pari passo. Bisogna riuscire a farsi capire e conquistare anche all’estero, perché se ci preoccupiamo soltanto del pubblico italiano rischiamo di rimanere sempre nel nostro orticello e magari continuare a fare le stesse cose. Bisogna tentare di più anche fuori. E secondo me questo racconta ancora una volta un problema di storie. Sarà una mia fissazione, ma credo che raccontiamo troppo poco il paese».
Da giornalista, oggi è più difficile criticare un film oppure riuscire a far leggere qualcuno che parla di cinema?
«Farsi leggere sicuramente. Quanto alla critica, forse sarà per la mia formazione, ma penso che quella accademica classica, con il critico che seziona l’opera cinematografica, sia ormai un metodo molto superato e che serva poco. Bisogna criticare, certo, dire com’è un’opera, ma soprattutto bisogna dare informazioni capaci di attirare il lettore e quindi anche il pubblico. Raccontare come quel film è nato, da cosa nasce, da dove viene, qual è la ragione per cui è stato fatto. Insomma, fare una critica che mescoli molto anche l’informazione. Quella secondo me è la cosa fondamentale. La critica accademica classica è superata».
Social, influencer, algoritmi: la critica cinematografica ha perso parte del proprio peso oppure ha semplicemente cambiato funzione?
«È una questione molto delicata e secondo me si è creata una grande confusione, che riguarda soprattutto le ultime generazioni. Un conto è fare pubblicità a un film: farsi ritrarre vestiti come un personaggio di Star Trek, Star Wars o Harry Potter, oppure con una spada laser. È una cosa che chi scorre con il telefonino magari vede, guarda e può anche incuriosirlo. Ma non va confusa con tutto il resto, che è invece sforzo critico e sforzo informativo e giornalistico. Sono due cose diverse e bisogna tornare a tracciare delle differenze».
«Oggi invece si tende a confondere tutto. L’influencer, con tutto il rispetto, può essere bravissimo: ce ne sono alcuni molto giovani che hanno grande inventiva, sono capaci di creare reel curiosi e interessanti per Instagram. Però è un’altra cosa. Quella è promozione. Il nostro compito, invece, è dare al pubblico gli strumenti per capire, non soltanto attirarlo».
Dopo tutti i film che hai visto in questi anni, riesci ancora a sorprenderti davanti al cinema come quando hai iniziato?
«Sì, tantissimo. È praticamente la molla che continua a portarmi e a spingermi a fare questo lavoro. Mi appassiono ancora, mi commuovo ancora, mi sorprendo ancora. Quest’anno a Cannes ho visto film bellissimi, di cui sentiremo parlare perché diversi sono stati designati dai rispettivi Paesi per gli Oscar. E anche a Venezia ho visto film bellissimi, che mi hanno davvero toccato e commosso. Non ho assolutamente perso questa cosa. Io vedo i film, prima di tutto, come spettatrice».
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