ROMA – Trent’anni possono essere un ottimo motivo per voltarsi indietro. Per i 24 Grana, invece, sembrano essere diventati soprattutto un’occasione per capire cosa fare dopo. La band napoletana formata da Francesco Di Bella, Armando Cotugno, Renato Minale e Giuseppe Fontanella celebra infatti il trentesimo anniversario tornando esattamente nel luogo che le appartiene di più: quello della musica nuova. Il 25 settembre arriva Stadera, singolo che anticipa Bidonville, album di undici inediti e nuovo capitolo di una storia cominciata nella Napoli degli anni Novanta.
Di quei ragazzi, racconta Francesco Di Bella a Hot Corn, è rimasto innanzitutto qualcosa di molto semplice. «Riconosco il piacere di vedersi in sala prove, in studio, in furgone, sul palco per fare il soundcheck e durante il concerto. Se siamo ancora qui è perché amiamo i 24 Grana e amiamo questo lavoro». Una risposta che forse spiega meglio di qualsiasi celebrazione perché questa storia sia riuscita a ripartire anche dopo la lunga pausa iniziata nel 2011 e la reunion del 2019. Nel 2022 è arrivato A Raccolta, seguito da un tour sold out. Ma soprattutto è successo qualcosa sotto il palco. «Quando abbiamo ripreso a fare concerti nel 2022 e abbiamo visto ragazzini cantare le nostre canzoni», racconta Di Bella, «abbiamo capito che della nostra attitudine alla scrittura, al sound, ce n’è ancora bisogno. E questo è stato lo stimolo più grande per scrivere il nuovo materiale».
Non è quindi il tentativo di ricostruire gli anni Novanta. Anzi. Se c’è una parola che Di Bella sembra voler tenere lontana dai 24 Grana è proprio nostalgia. In trent’anni la band ha attraversato rock, dub, reggae, elettronica e tradizione partenopea costruendo un linguaggio difficilmente riconducibile a un’unica appartenenza musicale. Oggi, però, proprio mentre i confini tra i generi sembrano essersi dissolti, sperimentare non è necessariamente diventato più semplice.
«Oggi tutti cercano il mainstream, qualcosa che sia accomodante da sentire, in qualche modo riconoscibile se non addirittura vintage. È difficile attirare attenzione sperimentando, ma fortunatamente tra i giovani c’è chi ancora lo fa».
Forse è anche per questo che il primo brano del nuovo percorso si chiama Stadera. Non un luogo astratto, ma una strada della periferia orientale di Napoli. Il pezzo procede come una sorta di street view musicale: persone comuni, solitudine, precarietà, cemento, rumore e una periferia nella quale gli spazi di aggregazione sono sempre più rari. Chitarre, basso, batteria ed elettronica accompagnano questo attraversamento lasciando, di tanto in tanto, quelli che la band definisce «brevi squarci di cielo». È anche un modo per tornare a parlare di Napoli. Ma raccontare Napoli nel 2026, paradossalmente, può essere più complicato di quanto lo fosse trent’anni fa.
«Rispetto ai Novanta oggi Napoli è molto più raccontata. Quando abbiamo iniziato a parlare delle periferie insieme ad altri gruppi dell’epoca non lo faceva ancora nessuno. Oggi forse è più difficile sfuggire ai cliché che riguardano la nostra città».
Ed è proprio qui che Stadera trova la propria ragione. «Rappresenta uno sguardo sulla Napoli diversa da quelle sulle cartoline, una città più autentica dove il problema non è soltanto la sovraesposizione turistica, ma anche la mancanza di spazi sociali, culturali e aggregativi che non siano semplicemente i bar di quartiere. Con Stadera vogliamo ricordare che c’è una città che ha ancora bisogno d’aiuto e di guardarsi nel profondo».
La periferia, del resto, nei 24 Grana non è mai stata decorazione. È stata luogo fisico e insieme condizione emotiva, uno dei territori attraverso cui la band ha raccontato trasformazioni sociali e fragilità individuali. Ed è significativo che, proprio mentre comincia il percorso verso Bidonville, tre brani della loro storia – Stai-mai-ccà, Accireme e Carcere – siano stati scelti per la colonna sonora de I Nisidiani di Riccardo Brun, presentato a Venezia 83 alle Giornate degli Autori.
Passato e presente finiscono così per parlarsi, ma senza la necessità di somigliarsi. Per Di Bella il modo per sopravvivere a trent’anni di musica senza trasformarsi nel tributo di sé stessi è persino elementare: «Basta essere sé stessi e non cadere nei cliché. La vera forza è avere il coraggio di cambiare e immergersi nell’attualità».
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