VENEZIA – Scoprire un autore significa riconoscere uno sguardo prima ancora che diventi un nome. È la sfida che da quarantuno edizioni accompagna la Settimana Internazionale della Critica e che Beatrice Fiorentino continua a interpretare privilegiando il rischio alla perfezione, il coraggio alla confezione. Con lei abbiamo parlato di opere prime, nuovi immaginari e di quella responsabilità, tutt’altro che lieve, che significa scegliere oggi una parte del cinema di domani.
La Settimana Internazionale della Critica nasce per scoprire nuovi autori. In un panorama in cui ogni anno emergono centinaia di opere prime, cosa deve avere oggi un film per farvi pensare: questo è uno sguardo che vale la pena difendere?
Deve farsi notare, catturare l’attenzione, uscire dal mucchio dei settecento film che ogni anno riceviamo. Avere un tratto distintivo, qualcosa che lo renda “importante”. Deve avere uno sguardo, insomma. Poi, per quanto mi riguarda, il cinema contemporaneo deve saper stare nel suo tempo, essere capace di raccontare il presente. E, se possibile, sorprendere. Non a tutti i costi. Ma amo terminare la visione di un film con la sensazione che questo mi abbia lasciato qualcosa. Non cerco mai la perfezione. Preferisco un film sghembo ma coraggioso a un’algida confezione “safe”. L’imperfezione è comunque più sexy.
La SIC arriva quest’anno alla sua 41ª edizione. Come si conserva l’identità di una sezione con una storia così importante continuando, allo stesso tempo, a mettere in discussione i propri criteri e il proprio gusto?
Credo conti il senso di appartenenza, sentire la bellezza di far parte di un’istituzione che ha una sua storia, una sua “missione”, che va molto al di là dello scoprire talenti. Quando si prova rispetto per chi ti ha preceduto, alcune scelte sono quasi spontanee. Certo, poi gli anni passano e ci si deve adattare ai cambiamenti. Le selezioni degli ultimi dieci anni sono sicuramente diverse da quelle delle prime edizioni, ma in questi quarant’anni le trasformazioni che hanno investito l’industria cinematografica e il suo mercato sono enormi, è impossibile non risentirne. Ciò che conta, per me, è sentire che non sto venendo meno al patto con quelli che sono i nostri pilastri fin dalla prima edizione. Quelli che Giorgio Tinazzi, primo delegato generale della SIC, aveva identificato come principi fondanti: “ricerca artistica e dibattito ideologico”. Mi sento di dire che non abbiamo mai tradito questa linea.
Guardando i film arrivati quest’anno da Paesi e cinematografie molto diverse – dalla Colombia alla Tunisia, dall’India alla Cina fino all’Italia – c’è una sensibilità, un’inquietudine o un modo di guardare il presente che le sembra accomunare questa nuova generazione di cineasti?
Il senso di responsabilità che accompagna l’atto di generare immagini. E il peso della Storia, ma senza vittimismo e, tantomeno, nostalgia. Un profondo senso critico, la voglia di avere un ruolo attivo nella costruzione di un nuovo immaginario e un nuovo mondo. Sono tutti film ribelli, insomma.
Venezia può cambiare improvvisamente il destino di un esordiente. Quando selezionate un’opera prima sentite anche la responsabilità di ciò che potrebbe accadere a quell’autore dopo il festival? E quanto è importante accompagnare un talento oltre la semplice scoperta?
Non ci dormo la notte. So bene quanta fatica, quanto lavoro, quanto investimento (economico ed emotivo) ci sia dietro alla realizzazione di un film. Ma bisogna fare delle scelte anche se spesso ci spezzano il cuore. Nove titoli sono una sfida. Pochi. Troppo pochi. Ma è anche un esercizio interessante. Cerchiamo non solo di sceglierli con criterio, ma anche di creare uno spazio protettivo per ciascuno di loro, di valorizzarli. Un titolo al giorno, dedizione completa. Poi per loro comincia un lungo viaggio. E noi siamo felici per loro, ma alla giusta distanza. È come accompagnare i propri figli al loro primo giorno di scuola. Sai che li porterai per mano fino all’ingresso, poi devi lasciarli andare.
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