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OPINIONI I Mare mosso: Roberto Cimpanelli e quel noir sentimentale tra le rovine di Ostia

Eduardo Scarpetta e Beatrice Fiorentini sono due anime alla deriva nel film con cui Roberto Cimpanelli torna alla regia dopo vent’anni. Presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 83, Mare mosso è un noir sporco e malinconico che parla di colpa, desiderio e seconde possibilità.

ROMA – Ostia, di notte. Un locale, il Pachanga, frequentato e gestito da gente con cui sarebbe meglio non avere troppa confidenza. Dietro al bancone c’è Daniela, una ragazza che ha già abbastanza problemi da risolvere senza bisogno di aggiungerne altri. Al pianoforte invece c’è Massimo, per tutti Mani d’Oro, uno che sembra aver imparato a stare al mondo cercando di farsi notare il meno possibile. È da qui che Roberto Cimpanelli riparte con Mare mosso, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 83. E riparte da un cinema che non ha paura di dichiarare subito le proprie intenzioni. C’è il noir, certamente. Ci sono criminali, poliziotti, droga, minacce e qualcosa che Daniela ha visto e che non avrebbe dovuto vedere. Ma a Cimpanelli interessa soprattutto quello che succede quando due persone con parecchie macerie alle spalle finiscono per riconoscersi.

Daniela ha il volto di Beatrice Fiorentini, Massimo quello di Eduardo Scarpetta. Non sono due innocenti trascinati accidentalmente in una brutta storia e neppure due personaggi in attesa della classica occasione per ricominciare. Sono più complicati di così. Hanno sbagliato, hanno accumulato ferite e si portano dietro un passato che non sembra avere alcuna intenzione di lasciarli in pace. Quando si incontrano, più che salvarsi a vicenda, provano a capire se esista ancora qualcosa da salvare. Cimpanelli torna alla regia vent’anni dopo Baciami piccina e lo fa portando sullo schermo il proprio romanzo omonimo. Un ritorno che passa attraverso un mondo che conosce bene. Il regista ha raccontato di aver vissuto l’Ostia del boom e successivamente quella del declino, conservando nella memoria uomini e donne incontrati negli anni e poi confluiti, inevitabilmente trasformati, nel film. Si avverte questa familiarità. Perché anche quando Mare mosso attraversa territori piuttosto riconoscibili del noir italiano, raramente dà l’impressione di osservare i propri personaggi da fuori. Il noir, del resto, è solo una parte della faccenda. Sotto criminali, affari sporchi e conti da regolare c’è un melodramma di anime ammaccate. Questa la dimensione, l’abito perfetto, in cui il film trova la sua parte migliore.

Daniela e Massimo non aspettano qualcuno che arrivi a tirarli fuori dai guai. Cercano piuttosto di capire se siano ancora in tempo per farlo da soli. Cimpanelli dietro la macchina da presa non li assolve e non ha bisogno di renderli migliori di quello che sono per chiedere allo spettatore di interessarsi alle loro vite. Li lascia sbagliare, mentire, cedere alle proprie debolezze. E proprio per questo la relazione che lentamente si costruisce tra loro evita di trasformarsi nella più prevedibile delle storie di redenzione. Scarpetta lavora bene proprio su questa ambiguità. Il suo Massimo conserva una zona opaca, non cerca continuamente di spiegarsi e riesce a essere fragile senza diventare innocuo. Ma tra le belle sorprese del film c’è  Beatrice Fiorentini, alla quale tocca il personaggio più esposto. Daniela avrebbe potuto facilmente diventare la somma delle proprie ferite; Fiorentini riesce invece a darle nervosismo, sensualità, rabbia e una vulnerabilità che non viene mai utilizzata per mendicare compassione. Intorno a loro si muovono Antonio Bannò, Eva Cela, Rosa Diletta Rossi, Pierluigi Gigante, Romano Talevi e Andrea Sartoretti, tasselli di un piccolo universo nel quale tutti sembrano conoscere qualcosa degli altri e quasi nessuno abbastanza di sé stesso.

Colpisce il coraggio di Cimpanelli di spingere sul melodramma. Anzi, in un cinema contemporaneo spesso ossessionato dalla sottrazione, Mare mosso sceglie  di assecondare la propria componente emotiva. E lo stesso regista, si potrebbe dire, sembra essere interessato a una domanda universale: quanto può pesare ciò che abbiamo fatto sulla possibilità di diventare qualcos’altro? Non c’è una risposta particolarmente consolatoria, né sarebbe coerente cercarla in una storia del genere.

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