ROMA – A metà degli anni Settanta, il Cile piegato dalla dittatura di Pinochet e l’Italia scossa dal terrore degli Anni di Piombo non sembrano poi così lontani. Il regista Sergio Castro San Martín racconta questo ponte invisibile attraverso gli occhi di Aldo Marín (Camilo Arancibia), un ex minatore di fede socialista che sa come trattare la dinamite. Quando il regime militare stringe la presa sul Paese, Aldo è costretto alla fuga insieme al fidato compagno Chapa (Andrew Bargsted), lasciando in patria moglie e figlio in una situazione di costante pericolo. La loro meta è Torino, una città operaia e grigia dove sperano di trovare lavoro e guadagnare abbastanza da poter far viaggiare la famiglia e, finalmente, ricongiungersi con i propri cari. Ma ad attenderli c’è solo un’accoglienza ostile: il posto di lavoro che Aldo trova in fabbrica si rivela una trappola di sfruttamento dove gli stipendi non vengono nemmeno pagati. Senza più un soldo, le strade dei due amici si dividono. Chapa si spinge verso la microcriminalità pur di sbarcare il lunario, mentre Aldo attira l’attenzione di un gruppo di sinistra guidato da due fratelli, Enrico (Lorenzo Richelmy) e Luciana (Sara Serraiocco). Capendo la sua abilità con la dinamite, gli offrono dei soldi per aiutarli nelle loro azioni politiche.
L’aspetto più riuscito e profondo del film sta nella semplicità con cui racconta una verità difficile da eludere: dalla Storia, e soprattutto dalle sue ferite, non si può fuggire davvero. Aldo intraprende un viaggio lungo e doloroso per lasciarsi alle spalle la violenza politica del proprio Paese, convinto di poter finalmente trovare in Europa una possibilità di pace e una vita normale accanto ai suoi cari. Ma il destino lo conduce nuovamente dentro lo stesso vortice.
Nell’Italia segnata dagli Anni di Piombo, Aldo ritrova infatti tensioni, rabbia e contrapposizioni ideologiche che credeva di essersi lasciato alle spalle. La fuga geografica non è sufficiente a cancellare il passato: le dinamiche della violenza e il richiamo delle armi riaffiorano in un Paese attraversato da uno scontro politico e sociale radicale. È proprio in questo cortocircuito tra il desiderio di ricominciare e l’impossibilità di sottrarsi alla Storia che il film trova una delle sue intuizioni più forti.
Se la dimensione politica e storica costituisce l’ossatura del racconto, è soprattutto Luciana a dare al film una forza emotiva ulteriore. Interpretata da una Sara Serraiocco intensa e convincente, la giovane donna è un personaggio di grande spessore: determinata, ostinata, coraggiosa, disposta a mettere in gioco se stessa pur di difendere ciò in cui crede.

Luciana porta avanti anche una battaglia profondamente personale e concreta, aiutando clandestinamente donne che cercano di interrompere una gravidanza in un’epoca in cui l’aborto è ancora vietato e la tutela della salute femminile è tutt’altro che garantita.
È proprio l’intreccio tra la dimensione politica e quella della libertà individuale a rendere il personaggio particolarmente riuscito. La scelta di affiancare il tema della lotta armata a quello dei diritti delle donne amplia il respiro del film e gli impedisce di ridursi a una semplice ricostruzione degli Anni di Piombo. Al contrario, la vicenda acquista una dimensione più umana e universale, riportando al centro questioni come la libertà di scelta, l’autodeterminazione e il diritto alla salute, temi che continuano a interrogare profondamente anche il presente.
Luciana diventa così molto più di una militante: è il volto di una generazione che cerca, spesso pagando un prezzo altissimo, di conquistare uno spazio di libertà. Ed è anche attraverso di lei che il film riesce a trasformare una vicenda fortemente legata a un preciso periodo storico in un racconto ancora capace di parlare al pubblico di oggi.
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