ROMA – È impossibile non ricordare lo sguardo unico e attento di Ettore Scola (1931–2016), rispettoso dei limiti degli esseri umani e definito un vero umanista del cinema italiano del secondo Novecento. Come tale, capace di osservare l’essere umano, nei suoi desideri e nelle sue fragilità, anche quando questi si nascondono. Le loro storie, infatti, raramente si fondano su eventi travolgenti: somigliano piuttosto a fotografie estratte dalle pagine di un album, attraversate da crisi, guerre e imperfezioni. Lo si vede nei film più grotteschi, come Dramma della Gelosia (1970) o Brutti, Sporchi e Cattivi (1976), ma anche in quelli più romantici, come C’eravamo Tanto Amati (1974). Il suo cinema nasce dall’incontro tra la commedia all’italiana e un realismo critico, in cui lo sguardo divertito non cancella mai quella malinconia sottile, fatta di personaggi che, nel fluire del tempo, finiscono sempre per abbandonarsi ad un sospiro.
Uno sguardo sulle donne imperfette, ma vere
Sebbene Ettore Scola abbia iniziato la sua carriera nei primi anni ‘50, sceneggiando film con Pietrangeli, Risi, Steno e molti altri, l’esordio alla regia arriva nel 1964 con Se Permettete Parliamo di Donne. Al centro di tutti gli episodi c’è Vittorio Gassman, ma con una sola e vera protagonista assoluta: la donna. Scola porta avanti un discorso che non è molto diverso, afferma lui stesso, da quello del collega e amico Antonio Pietrangeli. Infatti, lo sguardo di Scola su di loro è ironico e partecipe: non le riduce di certo a oggetti di desiderio, ma le riconosce come creature volutamente imperfette, capaci di essere maliziose, scorrette, sfacciate e allo stesso tempo insicure. Insomma, umane. Questo discorso continua anche con il personaggio di Adelaide (Monica Vitti) in Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca) (1970). Adelaide è una donna impulsiva, non lineare, lavora con impegno come fioraia e si dedica all’amore con la stessa intensità. Non è una femme fatale: è goffa, ma non verso sé stessa, è infatti capace di cambiare idea e, soprattutto, di scegliere per la sua felicità, in questo caso, l’amore per Nello (Giancarlo Serafini), anche quando le conseguenze sono fatali. In definitiva, Ettore Scola nutre un profondo rispetto per le figure femminili che racconta, e lo ribadirà sette anni dopo facendo luce sul tema della violenza domestica, quotidiana e normalizzata in quella giornata del 1938.
L’evasione dalla realtà
Il primo vero successo di Ettore Scola arriva nel 1968 con Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?. Con un titolo che richiama quelli della collega Wertmüller, Scola introduce nella sua filmografia una vera e propria avventura. Ma anche se Fausto (Alberto Sordi) deve spingersi fino in Angola per ritrovare Titino (Nino Manfredi), il cognato scomparso da due anni, i temi che interessano al regista non si spingono poi tanto lontano da casa. Infatti, Scola utilizza il viaggio non tanto per persuadere Titino a tornare alla vita borghese –– quello è solo il pretesto –– quanto per spingere Fausto a rivedere le sue priorità. La satira sulla presenza italiana in Africa non manca, certo, ma al centro della storia c’è soprattutto il desiderio di evasione da una realtà troppo angusta: non per Titino, che ha già trovato il modo di liberarsene, ma per Fausto, che capirà quanto poco allettante sia l’idea di tornare al suo rassicurante, ma soffocante, ufficio romano.
Trappole per non affrontare la realtà
Nel cinema di Ettore Scola sono ricorrenti gli interni che non sono semplici scenografie, ma microcosmi in cui ciascun personaggio trova, o inventa, un modo per sopravvivere. Lo vediamo in Una giornata particolare (1977), in cui Palazzo Federici diventa un luogo sospeso, un raro respiro nell’aria asfissiante del fascismo. Antonietta (Sophia Loren), ormai priva di ogni slancio, incontra Gabriele (Marcello Mastroianni), fragile ma sorprendentemente vitale. Per una sola giornata, quella vitalità permette ad entrambi di elevarsi –– come l’uccellino che sfugge dalle mani di Antonietta –– sopra un’epoca che li ha resi entrambi degli esclusi: il casermone vuoto si riempie così di speranze e possibilità, almeno per una giornata. In La Terrazza (1980), i personaggi osservano dall’alto un’epoca al tramonto senza più appartenervi, e questa distanza li salva. In quel luogo, possono credersi produttori brillanti, sceneggiatori taglienti, parlamentari incrollabili; fuori, sono solo ombre di se stessi, travolti da crisi, tradimenti e idee che non gli appartengono, augurandosi di rimanere sempre gli stessi. “Peggio di così non vi potrebbe andare”, dice Luigi: una battuta che rivela con crudele chiarezza la malinconia delle loro vite. Nell’appartamento di La Famiglia (1987), l’interno domestico diventa un teatro della memoria della famiglia del protagonista, Carlo (Vittorio Gassman). Ottant’anni di vita scorrono e i personaggi ne subiscono gli effetti come onde successive. L’appartamento non è solo un rifugio per Carlo, che ha abbandonato il sogno della politica per diventare professore, la donna che ha amato da sempre per sua sorella (Stefania Sandrelli), ma è una trappola che risucchia via tutte le ambizioni del protagonista, e le persone che ha intorno. Un luogo dove la famiglia è un pretesto per nascondersi da ambizioni più alte, di cui, forse si ha solo tanta paura.
L’eredità di Scola
Al centro del cinema di Ettore Scola, c’è un ritratto della quotidianità costantemente in movimento, com’è la vita reale, come lo sono le persone. E come la vita reale, tutti i suoi film non hanno mai un vero finale, ma qualcosa che possa essere seme di altro. Quel che è certo, è che Ettore Scola ha anticipato molte delle tematiche che viviamo oggi. I suoi personaggi, che allora potevano apparire buffi nella loro umanità, oggi ci restituiscono una verità che è più aspra, più disillusa, invecchiata male, come veniva già preannunciato ne La Terrazza. Guardarli oggi significa riconoscere quanto fossero lucidi, e quanto il mondo che abitavano –– fatto di fragilità, compromessi, malinconie –– non assomigli affatto al nostro, perché manca quella poesia e quella dolcezza da cui oggi dovremmo ricominciare ad attingere.
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