ROMA – Quando un maestro del cinema mondiale elogia un altro maestro, è come assistere a un passaggio di testimone ideale. Francis Ford Coppola, leggenda vivente e autore di capolavori come Apocalypse Now e Il Padrino, ha celebrato pubblicamente Guillermo del Toro per il suo nuovo Frankenstein, definendolo un “genio cinematografico”. Un commento breve ma potentissimo, che ha infiammato i social e conquistato gli appassionati di cinema di tutto il mondo.
Il film, adattamento del classico di Mary Shelley, è uno dei progetti più attesi dell’anno. Del Toro trasforma la creatura più celebre della letteratura gotica in un viaggio poetico e perturbante sull’amore, la solitudine e la necessità di essere visti. Niente fulmini o cliché horror: il suo Frankenstein è un’opera che respira umanità, dolore e meraviglia, sostenuta da un cast magnetico – Oscar Isaac, Jacob Elordi, Mia Goth e Christoph Waltz – e da una visione estetica che mescola pittura, tragedia e sogno.
Che Coppola, regista da sempre attento alla forma e al significato, abbia sentito il bisogno di esprimere la propria ammirazione non è casuale. È come se riconoscesse in del Toro un erede naturale di quel cinema d’autore che non teme la grandezza, che costruisce mondi, che osa parlare di sentimenti attraverso la luce, il colore e il mito.
Il regista messicano, già premio Oscar per La forma dell’acqua, firma qui un film che più che una rilettura è una rinascita. Il suo Frankenstein non spaventa, ma commuove. E forse è proprio questo che ha colpito Coppola: la capacità di rendere universale l’orrore, di trasformare la mostruosità in empatia.
Nel 2025, in un panorama dominato da remake e sequel, un elogio così arriva come una dichiarazione d’amore al cinema che osa ancora sognare. E a ricordarci che i veri mostri, a volte, sono solo anime troppo grandi per stare al mondo.
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