ROMA – Dopo il successo di Superman, il nuovo DC Universe di James Gunn continua la propria costruzione con Supergirl, secondo capitolo cinematografico della nuova saga e adattamento della miniserie Supergirl: Woman of Tomorrow di Tom King e Bilquis Evely. Diretto da Craig Gillespie e scritto da Ana Nogueira, il film sceglie fin da subito di allontanarsi dall’immagine più classica dell’eroina kryptoniana per raccontare una protagonista segnata dal lutto, dalla rabbia e dalla solitudine.
La Kara Zor-El interpretata da Milly Alcock è distante anni luce dalla figura luminosa che il pubblico associa tradizionalmente alla famiglia di Superman. Ha ventitré anni, attraversa la galassia insieme al fedele Krypto e si ritrova coinvolta nella missione di vendetta della giovane Ruthye, dando vita a un road movie spaziale che alterna fantasy, western e fantascienza.
La scelta più riuscita del film è proprio la protagonista. Alcock restituisce una Supergirl imperfetta, impulsiva e disillusa, ma mai priva di umanità. È un personaggio che porta ancora addosso il peso di Krypton, un pianeta che ha conosciuto davvero e che ha visto scomparire davanti ai propri occhi. A differenza di Clark Kent, cresciuto sulla Terra circondato dall’affetto della famiglia Kent, Kara vive costantemente con il ricordo di ciò che ha perduto. Una ferita che definisce il suo modo di affrontare il mondo e che rende questa versione del personaggio una delle più interessanti viste finora sul grande schermo.
Anche Eve Ridley convince nei panni di Ruthye. Il rapporto che nasce tra le due protagoniste è il vero motore emotivo del racconto e funziona soprattutto nei momenti più intimi, quando il film rallenta e lascia parlare i personaggi. Allo stesso modo, il legame tra Kara e Krypto riesce a regalare alcune delle sequenze più sincere dell’intera pellicola: il supercane non è soltanto una spalla comica, ma rappresenta l’ultimo frammento di casa che Supergirl conserva con sé.
Visivamente Gillespie conferma la capacità di costruire immagini spettacolari senza rinunciare a una forte identità estetica. I pianeti attraversati da Kara possiedono una personalità precisa e il film riesce spesso a trasmettere il senso di vastità dell’universo immaginato da Tom King nei fumetti. Anche Jason Momoa, al debutto nei panni di Lobo, lascia il segno grazie a un’interpretazione istrionica e perfettamente in linea con il personaggio.
Eppure è proprio quando tutto sembra funzionare che emerge il principale limite del film.
Supergirl dà spesso l’impressione di avere troppa fretta. Ogni volta che Kara sembra pronta ad aprirsi davvero allo spettatore, la narrazione riparte verso una nuova tappa del viaggio, un nuovo pianeta o un nuovo scontro. Il risultato è un racconto sempre dinamico, ma che raramente concede ai suoi personaggi il tempo di respirare.
Non è un problema di scrittura o di interpretazioni. Piuttosto, è una questione di equilibrio. Le scene più memorabili non sono quelle d’azione, ma quelle in cui Kara abbassa le difese, lascia emergere le proprie fragilità o semplicemente condivide il silenzio con Krypto e Ruthye. Sono momenti che mostrano il grande potenziale emotivo del personaggio e che fanno immaginare quanto sarebbe stato interessante esplorarlo ancora più a fondo.
Questo non impedisce a Supergirl di essere un buon blockbuster. Il film intrattiene, diverte e amplia con coerenza il nuovo universo DC immaginato da Gunn e Safran, introducendo una protagonista con enormi possibilità narrative per il futuro. Tuttavia, resta la sensazione che dietro l’avventura cosmica si nascondesse un film ancora più intenso, uno disposto a fermarsi qualche istante in più accanto alla sua eroina.
Perché Milly Alcock dimostra di avere tutto quello che serve per diventare la Supergirl di questa nuova generazione. Ora il DC Universe dovrà darle anche il tempo di far crescere, insieme ai suoi poteri, il legame con il pubblico.
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