ROMA – Voleva solo comprare una lavatrice. Invece è diventato un fenomeno di massa, una leggenda popolare, un’icona della viralità prima ancora che il termine esistesse. A quarant’anni dallo scherzo telefonico che lo rese famoso in tutta Italia, Mario Magnotta torna al centro dell’attenzione con Un semplice cliente, il nuovo film documentario di Alessio De Leonardis, prodotto da Duende Film. Un viaggio tra ironia e malinconia, memoria collettiva e costume, per restituire un ritratto umano e sorprendentemente profondo di un uomo comune che, suo malgrado, ha raccontato un Paese intero. Abbiamo parlato con il regista per capire cosa si nasconde dietro questo lavoro.

Alessio, cosa ti ha colpito di più di questo personaggio “semplice” eppure così simbolico?
«La parola stessa: semplicità. Viviamo in un mondo artificioso, dove si cerca sempre di apparire diversi da ciò che si è. La storia di Magnotta mi colpiva proprio per l’opposto: la sua inconsapevolezza era la sua forza. Si è mostrato sempre per com’era, e la gente lo ha amato per questo. In ogni parola che pronunciava c’era una verità che oggi è quasi scomparsa».
Il film si muove su un doppio binario: da un lato il tono giocoso e irresistibile dello scherzo più famoso d’Italia, dall’altro il peso emotivo che quella vicenda ha generato nella vita di Magnotta.

Cosa rivela oggi la vicenda Magnotta sul nostro rapporto con la risata, gli scherzi e la viralità?
«Intanto rivela un senso di spensieratezza. Oggi è complicato scherzare, prendere in giro… ci si offende immediatamente ed un semplice scherzo può diventare e trasformarsi rapidamente in altro. Oggi se fai uno scherzo sei un bullo. In automatico. È un tema delicato ma credo che la maggior parte degli scherzi (come questo a Mario, del resto) si fanno agli amici. Difficilmente ad uno sconosciuto. Un amico sai come colpirlo e già ridi all’idea di come reagirà (se abboccherà allo scherzo), ma resta sempre un amico. Mario e i suoi “aguzzini” si volevano bene. E se ne sono voluti anche di più dopo lo scherzo. Questa leggerezza oggi manca e mi manca molto. Quando una risata diventa virale (come in questo caso) è evidente che ci sia stato una sorta di “allineamento cosmico perfetto” in cui sia gli autori dello scherzo che la vittima sono riusciti (involontariamente in questo caso) a toccare corde sensibili di un pubblico che si è ritrovato, e si ritrova ancora, a ridere di questo scherzo, ormai da 40 anni». Raccontare una storia nata da una telefonata non era semplice.
Che tipo di linguaggio visivo hai scelto per un soggetto così legato alla memoria orale?
«Devo dire che questa era una sfida. Come realizzare visivamente la trasposizione di qualcosa che era famoso solo per l’audio? Devo essere onesto: una volta entrato in contatto con i protagonisti di questa storia, li ho osservati, ho cercato di capire cosa fosse importante mostrare e cosa no. Non avevo le idee chiarissime. Poi però, ho lasciato che fosse proprio Mario a raccontare la sua storia. Ho utilizzato quindi come leitmotiv di tutto il film proprio le sue telefonate e la sua voce; le immagini quasi ci si sono appoggiate da sole. Anche le ricostruzioni che ho messo in scena per ricreare le telefonate sono state naturali, mai troppo artificiose. Quindi, in questo senso, ho cercato di rimanere fedele al personaggio di Mario, alla semplicità appunto».
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