ROMA – L’idea di “C’è un posto nel mondo” di Francesco Falaschi è partita da alcuni documentari realizzati nel 2021 e 2022 insieme allo sceneggiatore Alessio Brizzi, in cui i ragazzi parlavano del proprio futuro, del concetto di “restare” e del ritorno come modo per arricchire il luogo in cui sono cresciuti. Raccontare la provincia, soprattutto quella toscana, è per Falaschi un tema molto caro. Luigi Fedele, invece, ci parla del suo rapporto con il regista e di ciò che lo ha colpito del suo sguardo così profondamente emotivo.
C’è un posto nel mondo è ambientato in piccoli paesi toscani e si snoda intorno alle storie di tre personaggi, esplorando la tensione tra la vita in provincia e la tentazione di andarsene: un giovane in partenza per l’estero, un insegnante diviso tra l’amore per i suoi studenti e nuove ambizioni, e una donna che torna nel paese natale con l’intenzione di chiudere i conti con il passato, finendo invece per comprenderlo.
Per Falaschi, l’esigenza del film nasce quindi dal desiderio di raccontare il concetto di “andare e tornare”. Ciò che colpisce maggiormente è il lato emotivo del racconto, che parte da una tematica sociale per arrivare a una riflessione più intima. Fedele ha lavorato sul ritmo della vita legato al luogo in cui si vive. Insieme hanno poi sottolineato come l’Italia stia forse riscoprendo il valore dei piccoli paesi, delle comunità e della vita semplice.
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