ROMA – L’Arca è l’opera prima di Giorgio Caporali, già candidato ai David di Donatello per il corto La tragedia. Con Malich Cissé, Francesco Venerando e Sabrina Martina, il film intreccia le vite di tre ragazzi uniti dalla voglia di cambiare e dal bisogno di inseguire i propri sogni. Una fuga che diventa ritorno, un viaggio che mette in discussione ciò che chiamiamo destino. Abbiamo parlato con il regista di come nasce L’Arca, delle storie vere che lo hanno ispirato e del significato profondo di un film che guarda dritto alla sua generazione.

L’Arca nasce da due storie vere e mette al centro una fuga che è anche un ritorno. Cosa ti ha colpito di queste vicende e perché hai sentito l’urgenza di raccontarle oggi?
Il film si apre con una frase di Henri Laborit: “La fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Viviamo in una società dove la fuga è considerata un atto da codardi, ma per me ha un significato opposto: è un atto di coraggio. Lo è per Ryan, che nonostante tutto ciò che ha affrontato decide di tornare a casa e compiere l’odissea al contrario; lo è per Martin, che rifiuta il proprio destino e si rifugia in un mondo inventato; lo è per Beatrice, che sceglie di sottrarsi alla banalità di una vita già scritta da altri. Tutti e tre hanno il coraggio di scappare per inseguire la propria felicità. È questo il nucleo che mi ha colpito nelle storie reali da cui nasce il film: il coraggio di cambiare, anche quando tutti intorno ti dicono che non puoi o non devi. Ho sentito l’urgenza di raccontarle perché anch’io, finito il liceo e poi l’università, mi sono trovato allo stesso bivio dei miei protagonisti: seguire i miei sogni, anche i più folli, o adattarmi a un percorso prestabilito? La mia risposta è stata L’Arca.
Ryan sogna di tornare in Africa, rinunciando al “sogno europeo”. Una scelta narrativa forte, controcorrente: da dove nasce questa prospettiva?
Nasce da un incontro in Tanzania, sull’isola di Mafia. Stavo pescando con un ragazzo del posto che parlava italiano. Mi raccontò di essere cresciuto lì ma di aver voluto partire per l’Europa, attratto dall’idea di un futuro migliore. Arrivato in Italia, però, si ritrovò a vendere calzini per strada. Ricordo che, dopo averlo detto, si guardò intorno e sorrise, come per dire: “Guarda dove sono nato, guarda che bellezza: cosa ci faccio io con l’Italia?”.
Alla fine decise di tornare a casa e lì capì che ciò che faceva sull’isola era esattamente quello che amava, ma se ne era reso conto solo dopo essere partito. È la stessa idea che attraversa il film: spesso siamo troppo impegnati a inseguire la felicità altrove, senza accorgerci che ci stiamo già sedendo sopra.
Il film racconta una generazione in bilico, tra voglia di libertà e senso di smarrimento. Ti sei ispirato anche a sentimenti personali?
Assolutamente sì. Credo che ogni opera artistica nasca da un’urgenza interiore. Io volevo raccontare la mia voglia di inseguire un sogno anche quando appare folle agli occhi degli altri. Nel film questo sogno prende la forma di una barca a vela che parte verso il mondo. Perché i sogni degli altri ci sembrano sempre folli, ma sognare – davvero – è un atto di follia che richiede coraggio.
Sognare e basta è facile, provarci è difficile. È lì che si crea la linea di separazione tra i Martin e tutti gli altri. Io oggi mi sento un Martin, e con questo film voglio portare quante più persone possibile “a bordo dell’Arca” e spingerle a salpare.
Il legame tra i tre protagonisti sembra andare oltre le differenze culturali e sociali. Quanto era importante per te raccontare questa forma di amicizia?
Era fondamentale. L’amicizia è uno dei sentimenti più puri e veri che esistano. Quella autentica va oltre religioni, nazioni, pregiudizi: è amore incondizionato. Come si dice, “non si comanda al cuore” — io credo che sia lui a comandare.
Sentivo il bisogno di raccontare l’amicizia perché oggi la diamo troppo per scontata. Con la nascita dei social, ne abbiamo perso il significato profondo. Noto, soprattutto nelle generazioni più giovani, una mancanza di verità nei rapporti, di avventura condivisa, di amore incondizionato. Viviamo in un mondo che diventa sempre più artificiale: l’amicizia è forse la cosa più autentica che ci resta.
C’è qualcosa che speri rimanga nel cuore o nella mente di chi guarda L’Arca? Un’emozione, un dubbio, magari uno sguardo nuovo?
Sono tanti i messaggi che ho cercato di lasciare e con grande gioia noto che stanno arrivando al pubblico. Ammetto di esserne sorpreso: speravo che almeno un paio facessero breccia, invece dalle reazioni che ricevo capisco che il film è riuscito a trasmettere molto di più. È una grande soddisfazione. Non voglio però dire a nessuno cosa dovrebbe provare: credo sia sbagliato imporre un’emozione o una chiave di lettura. Il messaggio è lì, dentro al film. Sta a chi guarda scoprirlo, farlo proprio e portarselo via.
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