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INTERVISTE | Valentina Signorelli «Con Mama That’s Alright volevo raccontare il sogno americano attraverso la quotidianità».

La regista racconta la nascita del film Mama That’s Alright e il suo sguardo sul sogno americano tra musica, lavoro e identità.

ROMA – Con Mama That’s Alright, Valentina Signorelli porta sullo schermo una storia di emigrazione contemporanea che sceglie di raccontare l’America attraverso la normalità. Seguendo due musicisti italiani tra Memphis e il Tennessee, la regista costruisce un documentario che intreccia musica, identità e quotidianità, interrogandosi sul significato odierno del sogno americano. In questa intervista ci racconta come è nato il progetto, il valore di un cinema che osserva senza intervenire e le riflessioni che hanno guidato il suo percorso creativo

Come nasce Mama That’s Alright? Qual è stata la scintilla del progetto?

Il progetto nasce in occasione dei NIAF e Aurelio De Laurentiis Film Prizes, dedicati a raccontare gli italiani negli Stati Uniti lontano dagli stereotipi. Conoscevo già Luca Chiappara e sapevo dell’esistenza, in Tennessee, di una vivace comunità di musicisti italiani. Mi è sembrato un punto di osservazione interessante, perché quando si parla di italiani in America si pensa quasi sempre a New York, Chicago o San Francisco, raramente agli Stati del Sud.

Da lì è nata l’idea di seguire alcuni momenti della sua vita nei giorni precedenti al 4 luglio, a cui si è poi aggiunto anche Mario Monterosso. La differenza di circa vent’anni tra loro ha permesso di raccontare anche due generazioni diverse all’interno della stessa esperienza migratoria.

Perché lo definisce un “non film”, o una raccolta di appunti osservazionali?

È una riflessione sul metodo di lavoro. Abbiamo scelto un approccio completamente osservazionale, cercando di interferire il meno possibile con la vita dei protagonisti. Non c’era una sceneggiatura né una struttura narrativa rigida. L’unica cornice erano i giorni precedenti al 4 luglio. Il resto è nato dall’osservazione, e solo in montaggio abbiamo costruito il racconto.

Cosa l’ha colpita di più dei due musicisti?

Il film si interroga su cosa sia oggi il sogno americano e cosa ne resti. Mi ha colpito soprattutto la loro normalità. Non raccontiamo star, ma persone che vivono di lavoro, sacrifici e quotidianità. Nel mondo musicale americano esiste una rete di professionisti che sostiene città come Nashville e Memphis: musicisti che suonano con più band, tra tournée e concerti continui. È questo aspetto che mi interessava: raccontare vite ordinarie, lontane dal mito dell’America come terra di successo facile.

Quanto queste storie parlano ai giovani italiani di oggi?

Credo molto. Le difficoltà degli emigrati italiani non sono così diverse da quelle dei giovani in Italia. Molti non cercano la ricchezza, ma una vita dignitosa e un lavoro stabile. Le difficoltà esistono ovunque e Mama That’s Alright prova a raccontare proprio questa continuità. È un progetto che vuole unire attraverso musica e arte, in un momento in cui è importante non contrapporre le persone ma creare forme di solidarietà.

Che ruolo ha avuto Priscilla Presley nel documentario?

Dopo aver scelto due protagonisti ordinari, era interessante affiancare una figura simbolica del mondo musicale americano.

Priscilla Presley, legata a Memphis e alla storia di Elvis, ha compreso subito il senso del progetto. Le abbiamo posto la stessa domanda dei protagonisti: che cos’è oggi il sogno americano? La sua testimonianza chiude il film, offrendo uno sguardo complementare e profondamente legato alla storia musicale americana.

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