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Bugonia, Yorgos Lanthimos: la recensione di satira, complotti e api che rinascono dal capitalismo

Dal regista di Poor Things un thriller grottesco e politico: Emma Stone, Jesse Plemons e Aidan Delbis guidano un gioco al massacro tra paranoia, dolore e potere.

Emma Stone in una scena di Bugonia
Emma Stone in una scena di Bugonia

ROMA – In Bugonia Yorgos Lanthimos rilegge Save the Green Planet! e lo trasforma in un’esperienza disturbante e irresistibile: una dark comedy che tiene insieme complotti online, lotte di classe, ferite intime e una crudeltà grottesca capace di far ridere un attimo prima di gelare il sangue. È forse il film più politico del regista greco, meno simbolico rispetto ai precedenti, ma sempre attraversato da quell’ironia ambigua che da The Lobster a Poor Things ha reso unico il suo sguardo.

Il cast del film a Venezia 82
Il cast del film a Venezia 82. 

Tre interpretazioni magnetiche

Emma Stone sorprende ancora: con capelli rasati e passo felino, dà corpo a Michelle Fuller, CEO di una multinazionale farmaceutica, icona glaciale che alterna potere e fragilità millimetrica. Ogni dialogo diventa un duello in cui la verità è un’arma.
Accanto a lei Jesse Plemons è Teddy, apicoltore complottista segnato dal lutto: un clown tragico, sospeso tra fanatismo e pietà, che trasforma la paranoia in anestetico del dolore. A fare da contrappunto arriva Aidan Delbis: nel ruolo del cugino Don porta empatia e umanità, aprendo spiragli in un mondo dominato da estremismi.

Regia e messa in scena

Dopo l’eccesso visivo di Poor Things, Lanthimos sceglie la sottrazione: niente più deformazioni ottiche, ma un’immagine pulita e claustrofobica firmata da Robbie Ryan. Il montaggio di Yorgos Mavropsaridis mantiene costante la tensione, mentre la colonna sonora di Jerskin Fendrix alterna silenzi sospesi a esplosioni orchestrali che accompagnano escalation splatter senza compiacimento.
Il finale, girato sul bianco lunare di Sarakiniko a Milo, sostituisce l’Acropoli e diventa teatro di un rito pagano: il mito della bugonia – api che nascono dal corpo in putrefazione del bue – si fa metafora di rinascite mostruose dal cadavere del capitalismo.

Emma Stone è la glaciale CEO di una multinazionale farmaceutica.

Satira del presente

Bugonia racconta il bisogno di credere: Teddy si aggrappa a pseudoscienza e fake news per ordinare il caos, Michelle incarna il linguaggio inclusivo delle corporation come patina morale sulle pratiche predatorie. Lanthimos mette in corto circuito due estremi – la “plebe stolta” e i “padroni disumani” – e ci mostra come l’empatia manipolata diventi scintilla di un sistema malato.

Un cinema che brucia

Qualcuno potrà trovare la parte centrale troppo dilatata o percepire un freddo rispetto al barocco di Poor Things. Eppure proprio questa scelta funziona: ci immerge nel tempo malato del complotto e del greenwashing, riflettendo la temperatura emotiva di una società che subappalta emozioni a marchi e live-stream.
Il risultato è un film nervoso e lucidissimo, che sporca il riso con la paura e rimette Lanthimos nel suo territorio migliore: quello del laboratorio etico in cui i personaggi – e il pubblico – diventano cavie dello stesso esperimento. Stone gioca con l’ambiguità, Plemons oppone una tenerezza livida, Delbis porta la fragilità. Bugonia non vuole rassicurare: deve bruciare. E brucia.

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