ROMA – Robert Redford è morto a 89 anni e con lui scompare non solo un attore e regista, ma un simbolo di un’Hollywood capace di fondere eleganza, impegno e visione. Con quel volto da eterno golden boy, Redford ha attraversato generazioni e generi, incarnando il fascino di un’America che cambiava. È stato il bandito affascinante di Butch Cassidy, il complice di Paul Newman ne La Stangata, il giornalista che smascherava lo scandalo Watergate in Tutti gli uomini del presidente. Film che hanno segnato un’epoca, diventando cultura oltre che successi di pubblico.
Ma la sua grandezza non si è fermata davanti alla macchina da presa. Con Gente comune, nel 1981, ha vinto l’Oscar alla regia dimostrando che dietro il divo c’era anche un autore sensibile e rigoroso. E poi il Sundance: non un semplice festival, ma una vera e propria rivoluzione, capace di offrire spazio e dignità al cinema indipendente americano e internazionale. Redford è stato l’incarnazione di un’idea di cinema che unisce spettacolo e coscienza civile. Ambientalista, attivista, imprenditore culturale, ha trasformato il suo nome in garanzia di qualità, di coraggio e di autenticità. Oggi il mondo del cinema lo saluta, consapevole che senza Robert Redford sarebbe stato diverso: meno libero, meno curioso, meno capace di sognare.
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