VENEZIA – Guillermo del Toro arriva a Venezia 82 con Frankenstein, progetto coltivato per trent’anni e finalmente compiuto: non un horror, ma una tragedia gotica che mette al centro il legame spezzato tra un padre e un figlio.
Lontano dalle semplificazioni, il regista messicano affronta il romanzo di Mary Shelley con riverenza e libertà, intrecciando fedeltà tematica e invenzioni drammaturgiche.
Al cuore del film c’è l’incontro-scontro tra Victor Frankenstein e la Creatura. Oscar Isaac interpreta Victor come un artista febbrile, più rockstar che scienziato: postura elegante, movenze ispirate a Prince e Mick Jagger, uno scienziato sedotto dal potere di creare e incapace di reggerne le conseguenze. In contrappunto, Jacob Elordi dà corpo e anima al mostro, lavorando su fisicità e voce in maniera estrema: trucco prostetico imponente, andatura ispirata al butoh giapponese, vocalità gutturale. Sotto l’aspetto grottesco emerge l’innocenza ferita di un essere che desidera soltanto amore. È una performance stratificata, capace di umanizzare il simbolo del “mostro” senza mai addolcirlo.
Mia Goth incarna Elizabeth e, nei flashback, anche la madre di Victor: doppio ruolo che accentua il sottotesto edipico e rende il triangolo familiare ancora più perturbante. Christoph Waltz porta in scena un mecenate oscuro, emblema della scienza piegata al profitto, mentre Charles Dance e David Bradley incarnano archetipi gotici con autorevolezza.
Dal punto di vista visivo, Frankenstein è un vero “banchetto gotico”. Del Toro rifiuta il digitale e sceglie l’artigianato: set costruiti, scenografie materiche, dettagli minuziosi. La fotografia di Dan Laustsen scolpisce chiaroscuri che richiamano l’espressionismo, mentre i costumi di Kate Hawley e la scenografia di Tamara Deverell collocano la vicenda in un Ottocento palpabile e visionario. Le musiche di Alexandre Desplat, solenni e dolorose, aggiungono pathos a un racconto che parla più di solitudine che di paura.
Il regista introduce variazioni significative: Elizabeth promessa al fratello minore di Victor, il mecenate d’armi che lega la scienza alla guerra, l’omaggio cinefilo al Fritz dei film di James Whale. Eppure la fedeltà allo spirito di Shelley resta intatta: il mito prometeico, la domanda sul limite della conoscenza, il dramma dell’outsider rifiutato dalla società. Qui si imprime la firma di Del Toro: i mostri come metafora della diversità, della fragilità, del bisogno di essere riconosciuti. “In fin dei conti è un film sugli esclusi”, ha detto Isaac.
Con un budget da 120 milioni sostenuto da Netflix, Frankenstein arriverà nelle sale a ottobre 2025 prima di approdare in streaming. Ma al di là delle strategie industriali, resta un’opera personale e intima, capace di emozionare nel suo splendore visivo e nel suo cuore spezzato. Un film che ci invita a guardare il mostro finché non ci accorgiamo di scorgere riflessa la nostra stessa umanità.
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