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L’immersione di Wolf Call, il thriller in alto mare nato casualmente all’Eliseo

Un sommergibile, l’oceano, Omar Sy e Mathieu Kassovitz: Antonin Baudry racconta il suo debutto

ROMA – «La diplomazia o il set? Beh, molto più divertente fare i film, è straordinario creare un mondo intero. Invece con la diplomazia bisogna adattarsi al mondo…». Sì perché Antonin Baudry, dopo essere stato diplomatico per l’Eliseo, inverte la rotta del viaggio debuttando come regista. E lo fa nel miglior modo possibile, mixando in Wolf Call la sua esperienza politica e militare, ad una messa in scena da grande film d’azione. Perché il film – in sala il 27 giugno – oltre raccontare la storia di un equipaggio, di un sottomarino e di un incidente capace di alterare gli equilibri del mondo, è anche film maturo e avvolgente. Merito – anche – del sonoro, magistrale nella pellicola ed essenziale nelle profondità oceaniche, dove il protagonista Chanteraide (François Civil), l’orecchio d’oro dell’equipaggio, si ritrova a sbrogliare una situazione senza via di uscita. A proposito di questa figura, Antonin Baudry nella nostra intervista ha raccontato che «sulle loro spalle, questi giovani, hanno il peso dell’equipaggio. La loro interpretazione si basa sullo studio ma soprattutto sull’istinto. Ha la stessa funzione del poeta: dare parole alle cose che non conosce».

Antonin Baudry, regista di Wolf Call
Antonin Baudry, sul set di Wolf Call

ACTION MOVIE «La produzione del film? Ho iniziato dal principio, ed ero inconsapevole delle difficoltà. In fase di scrittura pensavo di creare delle scene che poi avrei voluto vedere in un film, basandomi su quello che, da ragazzo, avevo visto insieme a mio padre. Ho capito che il progetto poteva essere fatto quando ne ho parlato al produttore, avendo poi la fortuna di incontrare dei collaboratori incredibilmente bravi. Si tratta di un progetto atipico, non ci sono film di questo genere in Francia. In Europa è come se ci vietassimo di imbarcarci in produzioni così complicate. E invece, i film d’azione sono nati in Europa».

Wolf Call, una scena del film
Nel sommergibile

REALITY SHOW «Per rendere credibile un film come Wolf Call serve realismo. Abbiamo pensato alla storia di questo incidente come se fosse una cosa vera, che potesse accadere oggi, senza che noi potessimo saperlo. Ho incontrato dei Capi di Stato per capire come funzionasse la cosa, oltre a molti sommergibilisti, individuando le loro fragilità. Per esempio, come si vede nella prima scena, una volta che un elicottero scova un sommergibile non lo lascia più. In quel momento non c’è via di scapo, mi dicevano. Dunque, in base alle difficoltà reali, ai miei personaggi, ho posto continuamente delle domande: “Come reagireste voi?”».

Wolf Call, una scena del film
Omar Sy e Reda Kateb in Wolf Call

MICROCOSMO «I sottomarini? Ho voluto realizzare una tragedia greca ma nel mondo attuale. Ecco perché i sottomarini nucleari. È un universo che simbolizza il problema umano dell’auto-annichilimento, la sua capacità di auto-distruggersi e distruggere il pianeta. C’è un conflitto che minaccia la vita degli esseri umani. Obbediamo ad un sistema ma abbiamo un’integrazione di coscienza che si fa – in qualche modo – sentire. Anzi, a bordo di un sottomarino, c’è un microcosmo della società francese. E la cosa che mi ha colpito di più? Quello che ci separa in superficie, in profondità non esiste. C’è solo competenza e solidarietà».

Wolf Call, una scena del film
François Civil, al centro, con Omar Sy e Mathieu Kassovitz

IL SUONO «Ho voluto creare un’immersione sonora, capace di sedurre e intrattenere. Cercando di riprodurre quello he ho sentito in un sottomarino, per la prima volta. Un lavoro incredibile, e mi sono avvalso dei migliori collaboratori. L’importante era stabilire una profonda connessione, senza mai tempi morti. In più, il suono è un protagonista di Wolf Call. L’udito e l’intuito sono più fini delle macchine stesse, in fondo al mare».

Qui potete vedere il trailer di Wolf Call:

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