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I viaggi della speranza e un documentario necessario: dietro le quinte di It Will Be Chaos

Lorena Luciano e Filippo Piscopo raccontano il loro documentario, che vedremo al Milano Film Festival

Una scena di It Will Be Chaos - Sarà il caos.

Cinema di facce, di ricordi, di verità. Lampi di reale in mezzo a milioni di fake news. Ricordi di facce perdute per sempre. In tempi di retorica e populismi, slogan e frasi fatte, al Milano Film Festival per l’Immigration Day arriva It Will Be Chaos Sarà il caos – in programma il 2 ottobre alle 19 al Piccolo Teatro Studio Melato – un prezioso documentario prodotto da HBO per il World Refugee Day e diretto da due registi italiani, Lorena Luciano e Filippo Piscopo. In un lavoro durato anni, i due autori hanno seguito un ragazzo eritreo sopravvissuto al naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e una famiglia siriana borghese bloccata a Smirne e in fuga dal conflitto. Un’opera dolorosa che evita filtri, moralismi e consigli per guardare in faccia l’orrore, ricordando a tutti che la verità non conosce punti di vista. Rimane sempre e solo verità. In Italia per presentare il documentario e ospiti del nostro Hot Corn Social Club, Piscopo e Luciano hanno ripercorso con noi il lungo, incredibile, viaggio di It Will Be Chaos.

Lorena Luciano e Filippo Piscopo alla prima di It WIll Be Chaos a New York.

Da dove comincia It Will Be Chaos e quando è stato difficile girarlo?

Filippo Piscopo: «La prima scena del documentario data 2013 ma l’idea del film risale al 2011 quando, nel pieno della Primavera Araba, migliaia di migranti tunisini arrivano a Lampedusa e le immagini dei barconi stracolmi di uomini e donne in balia delle onde sono su tutte le TV americane. Seguiamo il boato mediatico da New York, città in cui viviamo da vent’anni: i toni sono accesi e populisti, il leitmotif dello Tsunami di “clandestini” che invade l’Italia con minacce di malattie e criminalità fa eco alle paure americane verso il flusso migratorio dal Messico agli USA».

Lorena Luciano: «Non è stato un documentario facile da realizzare. Volevamo lavorare sulla complessità della crisi, evitando il bianco e nero dei buoni e cattivi, facendo a meno delle teste parlanti, della voce fuori campo, senza interviste a politici e professori. Per fare il cinema verità ci vuole tempo e pazienza, occorre far dimenticare ai personaggi la presenza della macchina da presa. Questo richiede tempo. Quando si lavora su tematiche attuali, la difficoltà consiste nel renderle universali, renderle più longeve delle prime pagine di giornali e TV».

Quanto è stato difficile capire cosa filmare e capire quando fermarsi?

LL: «Lampedusa, come Riace, sono state situazioni difficili da decifrare: si tratta di comunità abituate ad accogliere, non facili da inquadrare, piene di contraddizioni e frizioni. Era importante mettere a nudo la crisi a pieno tondo, per evitare la polarizzazione manichea che riduce il tutto alla divisione tra razzisti e buonisti. Non potevamo fermarci agli sbarchi e alle tragedie di Lampedusa: la storia di Aregai, sopravvissuto al terribile naufragio del 3 ottobre grazie a una famiglia di pescatori, ci dà l’occasione di diventare polifonici, di parlare di un dramma individuale e collettivo al tempo stesso, e di spaziare geograficamente da Lampedusa ad altre realtà di frontiera».

FP: «Nel 2015, ormai in fase di montaggio, veniamo contattati da una funzionaria delle Nazioni Unite, Sara Bergamaschi, poi produttrice associata del film. Ci propone di seguire una famiglia siriana in attesa di attraversare l’Egeo per arrivare in Grecia. Sei mesi prima, Sara aveva già aiutato un altro membro della famiglia Orfahli, Thair, il fratello minore del nostro co-protagonista Wael, a mettersi in salvo in Germania. Abbiamo avuto solo tre giorni per decidere cosa fare, ma l’istinto ci diceva che l’esodo biblico del 2015 avrebbe chiuso il cerchio della storia che stavamo raccontando: il fenomeno migratorio non ha confini, non è un problema nostrano, ma una realtà trasversale. Ci imbarchiamo così in un viaggio filmico straordinario, fatto a piedi, sui treni dei rifugiati, nelle tende dei volontari assieme a un milione di migranti nel pieno dell’ennesima crisi umanitaria».

LL: «E lì decidiamo di concentrare la narrazione sul microcosmo familiare: cosa passa per la testa di un padre che decide di lasciare alle spalle una vita confortevole per salvare i figli dalle bombe mettendoli su un gommone in direzione di un’Europa che non li vuole?».

It Will Be Chaos continua ad essere terribilmente attuale. Osservando da vicino la situazione siete pessimisti o ottimisti sul futuro che verrà?

LL: «In questo presente storico ci sono segnali contrapposti: da una parte l’ascesa al potere di governi anti-immigratori e populisti che fanno leva sulla cattiva informazione, e dall’altra la presenza capillare di persone e associazioni attive sul territorio. Si deve essere più forti delle ondate reazionarie, ognuno nel proprio campo deve fare il proprio e far sentire la propria voce attraverso il proprio lavoro: il medico, l’insegnante, il giornalista, il cantante, lo scrittore, l’avvocato. Nessuno escluso».

FP: «Difficile essere ottimisti in questi tempi difficili, ma non si può soccombere al pessimismo. Bisogna lasciarsi travolgere dalle moltissime persone che fanno un lavoro favoloso coi migranti fornendo sostegno, consulenza legale e medica, organizzazione logistica, ricongiungimento famigliare etc. Ci sono tante realtà in tutta Europa che lavorano quotidianamente a favore dei diritti dei migranti e sono un esempio che solleva lo spirito».

In questi ultimi vent’anni il documentario ha aumentato il pubblico di riferimento in maniera esponenziale. Vi siete dati una spiegazione? 

LL: «Innanzitutto perché c’è più offerta. C’è sempre stato poco investimento nei documentari e quando i mezzi produttivi costavano tanto, ce n’erano meno. Adesso che i mezzi sono più accessibili, è stato possibile aumentare la produzione, alzare la qualità e far conoscere questa forma di cinema a un pubblico più ampio».

FP: «Il pubblico apprezza la possibilità di entrare in mondi impensabili e vedere storie da angoli diversi. Spesso ci si lascia ispirare o rinvigorire dal vedere una storia raccontata in un documentario in profondità ed è una sensazione potente, che solletica la nostra curiosità intellettuale a saperne di più oppure a riflettere su un determinato soggetto con occhi differenti».

Parlando di documentari, chi sono i vostri maestri, i punti di riferimento?

FP: «Per quanto riguarda l’Italia, il cinema di Vittorio De Seta, che conoscevamo personalmente, è stato una grande ispirazione, specialmente con lavori come i suoi corti sull’Italia del sud del dopoguerra o Diario di un maestro. In America un riferimento importante sono i film di Barbara Kopple, come Harlan County, di grande impegno sociale ma anche di grande impatto emotivo, e quelli di Frederick Wiseman, vedi Titicut Follies. E poi ci sono  i registi più vicini alla nostra generazione come Talal Derki (Of Fathers and sons) ma anche Joshua Oppenheimer (The Act of Killing) il cui linguaggio usa alcuni registri di contaminazione con la fiction».

Tre documentari da consigliare ai lettori di Hot Corn?

«Tre esempi molto diversi tra loro per genere e approccio stilistico: Diario di un maestro di Vittorio De Seta, Last train home di Lixin Fan, Man on wire di James Marsh».

Una scena di Last train home di Lixin Fan.

Qui una clip inedita del documentario targato HBO

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