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«Un film privo di manicheismo»: Giordana rilegge I cento passi venticinque anni dopo

I cento passi: il capolavoro su Peppino Impastato torna al cinema in versione restaurata in 4K con FilmClub Distribuzione

Marco Tullio Giordana

ROMA – Quando I cento passi uscì nelle sale nel 2000, la storia di Peppino Impastato – il militante che sfidò la mafia a cento passi da casa propria – divenne subito un tassello fondamentale della memoria civile italiana. Il film di Marco Tullio Giordana, interpretato da un giovanissimo ma già promettente Luigi Lo Cascio, vinse premi, entrò nei programmi scolastici, fu trasmesso in tv, studiato, discusso. E soprattutto, fu adottato dai ragazzi come racconto – anche – di ribellione, responsabilità, disobbedienza.

Oggi, a venticinque anni di distanza, I cento passi torna al cinema in una nuova versione restaurata in 4K, distribuita da Filmclub Distribuzione. Un restauro che valorizza la fotografia originale e restituisce piena forza alle immagini e ai suoni di un’opera che il tempo non ha indebolito, ma reso ancora più necessaria. In occasione di questo ritorno sul grande schermo, abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Marco Tullio Giordana. Con lui abbiamo parlato di come il film viene accolto (ancora) oggi dagli studenti, di quanto sia cambiata la percezione della mafia, del modo in cui ha costruito un personaggio complesso come il padre di Peppino e del senso, oggi, di riportare I cento passi in sala.

 «Per lui non passa il tempo»: un film davanti ai ragazzi di oggi

Se oggi si sedesse in sala accanto a spettatori che magari non erano ancora nati nel 2000, che cosa teme di più che possa “non reggere” del film? E che cosa invece la sorprende, ogni volta, per quanto è ancora vivo?
«Nel tempo ho fatto tantissime presentazioni nelle scuole, e man mano che passavano gli anni – dal 2000 a oggi – mi chiedevo sempre se il film interessasse ancora, se piacesse ai ragazzi, anche ai più giovani, quelli delle medie. La reazione – ci racconta Giordana – è sempre stata la stessa: all’inizio c’è quella confusione da aula scolastica, quel casino che facevo anch’io alla loro età quando, molto di rado, ci portavano al cinema. Poi però, appena il film comincia, tutti ammutoliscono. Seguono una storia nella quale evidentemente c’è una forte identificazione con Peppino Impastato, con l’interpretazione di Lo Cascio, che suscita grande attenzione e grande ammirazione. Mi sembra che per lui non passi il tempo. Per lui e per il film. L’ho rivisto anch’io, non lo vedevo da tanto, e ho avuto la sensazione che potesse essere stato girato l’anno scorso: non si sente il tempo che è passato. Di solito, anche nei film migliori, percepisci l’“aria del tempo” in cui sono stati girati: un film ambientato nell’Ottocento lo riconosci come girato negli anni Sessanta, Settanta, Duemila. Invece I cento passi sembra un film girato direttamente negli anni di Peppino, come se fosse nato nel ’78, dentro quella stagione lì. È una sensazione curiosa.»

Mafia, informazione e sguardo dei più giovani

Questa attualità del film la ritrova anche nelle domande che le fanno oggi su Peppino e sulla mafia? Sono le stesse di allora o sono cambiate?
«Sono cambiate, sì. Intanto c’è una minore informazione sul fenomeno mafioso. Per quello che assorbono dalla televisione, molti ragazzi la vivono come un fenomeno sì grave, ma quasi in via di risoluzione: “stanno arrestando tutti”, “li stanno prendendo uno per uno”. Non c’è la percezione che in realtà la mafia è in continua evoluzione, in continuo travestimento. Non è solo sparatorie, pestaggi, sangue: è economia, finanza, pervasività in tutti i settori. Ecco, quello che temo sia un po’ svanito è il senso di questa presenza carsica, di una realtà che cambia forma ma non smette di incidere sulle vite di tutti».

Girare in Sicilia, la figura del padre e un film senza manicheismo

Tornando a Peppino e alla sua disobbedienza, che nel film è anche una forma contorta di amore verso la famiglia e verso il proprio paese. Quando avete girato, com’era tenere insieme tutti questi affetti e rotture? Che clima ha trovato sul posto? «Abbiamo girato I cento passi nel ’99, ancora nell’altro secolo: un film a cavallo fra due secoli. Mi aspettavo un ambiente ostile, ma in quel momento si sentiva ancora l’eco dei lenzuoli bianchi, delle manifestazioni dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino e delle loro scorte. Quel residuo di ribellione e di sostegno alle forze che contrastavano la mafia rendeva la gente meno intimidita di quanto temessi. Francesco Rosi mi aveva consigliato di andare sul posto, stabilirmi lì, non dare mai l’impressione di avere paura. Il cinema ha una grande forza di attrazione: istintivamente nessuno manifestava un’ostilità aperta. Dopo il film, invece, qualche reazione c’è stata. Quando ci si è resi conto che la mafia non faceva la figura del “cattivo eroico”, ma veniva ridicolizzata – come aveva fatto Peppino con il boss Badalamenti – lì sono arrivate reazioni di sconcerto, di fastidio.»

Nel film il padre di Peppino è insieme carnefice e vittima di un sistema. Moralmente inaccettabile, ma umanamente leggibile. Come ha costruito un personaggio così?

«Me lo sono chiesto molto, mentre giravamo. Io sono nato a Milano, ho vissuto a Roma; la Sicilia la conoscevo per i viaggi, per i monumenti, ma non la abitavo. Ero indeciso se accettare la sfida proprio perché temevo di finire nel film di genere, di avere come unico modello altri film sulla mafia. È stato ancora Rosi a dirmi: “Devi andare lì, capire. Capire quando parlano, cosa dicono e soprattutto cosa non dicono”. Osservando e parlando con le persone, mi sono reso conto che in un contesto dove la mafia è così presente, anche se nascosta, tutti hanno a che farci e in qualche modo ne sono condizionati. Hanno paura, perché senza un’azione forte dello Stato si è in balia di quelle realtà. Da lì è nata l’idea di personaggi che subiscono la mafia o ne fanno parte obtorto collo, per mancanza di alternative. Li ho guardati con compassione, senza emettere giudizi. Un cineasta non è un giudice, non è un tribunale: deve osservare, raccontare, cercare di entrare nella testa dei personaggi, con rispetto anche per quelli più detestabili. Credo che sia questo ad aver reso il film un po’ diverso dalla tradizione della lotta fra Bene e Male. È un film privo di manicheismo. Anche il padre: figura complessa, negativa, ma soffre come un cane. Quando aggredisce il figlio perché smetta di scrivere, di manifestare, lo fa per proteggerlo, secondo le sue categorie. È una forma contorta di amore paterno. È cresciuto in quella cultura, non saprebbe fare diversamente.» 

Il restauro in 4K e il ritorno sul grande schermo

Oggi molti film, per fortuna, vengono restaurati. Dopo anni di passaggi televisivi e di streaming, che cosa spera che il grande schermo possa restituire a chi ha conosciuto I cento passi solo “in piccolo”?
«Questa nuova versione de I cento passi l’abbiamo realizzata insieme al direttore della fotografia, senza cambiare nulla delle intenzioni di allora, perché sarebbe stato un tradimento. Magari oggi faremmo scelte diverse di gusto, ma abbiamo voluto rispettare ciò che eravamo in quel momento, limitandoci a migliorare la qualità dell’immagine e del suono, laddove le nuove tecnologie lo permettevano. Sarebbe stato sciocco non approfittarne. L’immagine digitale ha il vantaggio, rispetto alla pellicola, di essere molto stabile: non traballa, non si rompe dopo tanti passaggi, non sbiadisce. Sono felice che il film torni in sala. Un film non cambia a seconda di dove lo vedi, è vero, ma cambia molto l’esperienza per lo spettatore: vederlo insieme ad altri, condividerlo, è diverso dal guardarlo a casa sul piccolo schermo, o peggio ancora sul cellulare. Per questo questa iniziativa mi entusiasma. Ho dichiarato la mia piena disponibilità ad accompagnare il film in sala, ovunque mi chiamino.»

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