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Qualcosa di speciale, Jennifer Aniston e l’importanza di poter piangere…

Jennifer Aniston e Aaron Eckhart, le giornate a Seattle e il ricordo (vero) di una madre scomparsa

Amore e lacrime: Jennifer Aniston e Aaron Eckhart in Qualcosa di speciale.

ROMA – Diciamo che è quasi inevitabile: ogni volta che vediamo un film, a meno non sia Star Wars oppure un cinecomic Marvel, le domande sono sempre le stesse. “Ma è successo veramente?”. “Questa vicenda è accaduta realmente?”, “Ma è una storia vera?”. Chissà perché, come se poi il fatto che sia accaduto sul serio dia più rilevanza alla pellicola. Nel caso di Qualcosa di speciale, dramedy da fazzoletti uscito nel 2009 e con gli anni diventato un cult per poter piangere serenamente, la storia ruota attorno a un lutto e a come rielaborarlo, facendosi aiutare da una fioraia come Jennifer Aniston. In questo caso la storia nasce effettivamente da una perdita che lo sceneggiatore e regista, Brandon Camp, ha dovuto affrontare.

Jennifer Aniston con il regista Brandon Camp sul set di Qualcosa di speciale.

Prima che diventasse un film, Qualcosa di speciale è infatti rimasto a lungo in un cassetto, scritto dallo stesso Camp che rifletteva sulla scomparsa della madre, che inizialmente aveva superato, ma che poi non riusciva più a metabolizzare. «Quando mia madre è morta, per poco meno di un anno ho vissuto tranquillamente, razionalizzando il mio lutto», ha spiegato Camp, che ha lavorato per dieci anni sullo script, «poi un giorno, all’improvviso, mi è arrivato addosso il dolore e per sei mesi non riuscivo nemmeno ad alzarmi, ero distrutto. Quindi mi sono chiesto: ma come funziona davvero la rielaborazione di qualcosa di così grande? Come la superiamo? E perché non riusciamo a caprilo immediatamente?».

Qualcosa di speciale
Ancora la Aniston con Aaron Eckhart in una scena di Qualcosa di speciale.

E qui arriva la costruzione di Burke, personaggio interpretato da Aaron Eckhart, che rimane vedovo, ma diventa poi uno scrittore di successo grazie ai suoi insegnamenti su come superare il dolore. In realtà, nel privato Burke non ha risolto nulla, anzi, nasconde i suoi demoni e finge che tutto vada bene. Ma non è così. «Ed è proprio quello che accadde a me quando morì mia madre», ha rivelato Camp. «All’inizio ci fu la negazione, il mio cervello non ammetteva che fosse accaduto e quindi per me non era successo». Ed è quello che accade al buon Eckhart prima che l’incontro con l’affascinante fioraia Eloise gli sciolga il cuore, mostrandogli la luce che ancora c’è da trovare nella sua vita.

Qualcosa di speciale
Una fioraia a Seattle: Jennifer Aniston in Qualcosa di speciale.

Qualcosa di speciale è un capolavoro? No, affatto, anzi, ma fa parte dei cosiddetti tearjerker, i film strappalacrime costruiti appositamente per poter piangere serenamente davanti alla TV senza troppi problemi, senza ritegno, con la scusa che è colpa del film. Preferibilmente da sole (o soli), con un pacco di Kleenex al nostro fianco e senza nessuno che ci guardi con sguardo giudicante. Perché, a volte, il cinema serve anche a questo, a liberarci, a esorcizzare – attraverso la visione – cose della vita che consciamente non abbiamo il coraggio di affrontare nelle nostre giornate. E se per riuscire a piangere ci vuole un’improbabile fioraia di Seattle che riporta la vita a un aitante vedovo, beh, allora va bene così…

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