ROMA – Nato a Nantes con l’ambizione di mettere al centro le persone prima ancora delle opere, il nuovo festival di cinema e serie ideato da Sandrine propone un approccio diverso al mondo audiovisivo. Nessuna competizione, nessuna giuria: al centro ci sono gli artisti, i loro percorsi, le loro esperienze e il dialogo diretto con il pubblico.
Dalla Butte Sainte-Anne, luogo di nascita del festival, fino al quartiere popolare di Bellevue, il cinema esce dalle sale tradizionali per incontrare gli abitanti e soprattutto le nuove generazioni. Un progetto gratuito e aperto a tutti, che fa della diversità e dell’accessibilità la propria identità.
Tra le sue particolarità, fin dalla prima edizione, anche uno spazio permanente dedicato alla creazione italiana, nato dal profondo legame di Sandrine con l’Italia. A inaugurarlo sarà l’attrice napoletana Cristina Donadio, protagonista di un incontro dedicato al suo lungo percorso artistico e insignita dell’Excellence Award del festival.
In questa intervista, Sandrine Aloa – Mani acconta le ragioni alla base del progetto, il legame con Nantes e con l’Italia e la volontà di utilizzare il cinema e le serie non soltanto come forme di intrattenimento, ma come strumenti di incontro, ispirazione e apertura verso nuove possibilità.
Sandrine, oggi nascono molti festival. Perché hai sentito che ci fosse bisogno proprio di un nuovo festival di cinema e serie a Nantes?
È vero, esistono moltissimi festival, ma non volevo semplicemente aggiungere al calendario un altro appuntamento costruito intorno a una successione di proiezioni, a una competizione, a una giuria e a un presidente di giuria. Il mio festival non è competitivo: non ci sono né una giuria né un presidente di giuria.
Volevo creare un luogo nel quale il cinema e le serie potessero essere raccontati attraverso le persone che li fanno. Volevo creare un festival che mi somigliasse. Io stessa sono il risultato di un intreccio di origini, culture, Paesi ed esperienze differenti, e desideravo che questa pluralità si ritrovasse anche nella sua identità.
Per questo ho immaginato un festival composto da artisti con profili molto diversi: attori di cinema e di serie, volti estremamente popolari e interpreti meno conosciuti, grandi nomi e giovani talenti, personalità provenienti da generazioni, percorsi, culture e realtà differenti.
Per me un attore è un attore, indipendentemente dal mezzo attraverso il quale il pubblico lo ha conosciuto o dal grado di notorietà raggiunto. Ciò che conta è il talento, il percorso umano e ciò che ciascuno può trasmettere. Volevo che tutte queste differenze convivessero nello stesso festival, perché è proprio dalla loro unione che nasce la sua identità.
Gli attori, gli autori e tutti i professionisti non vengono soltanto per presentare un’opera, ma per parlare del proprio percorso, del mestiere, delle difficoltà, delle scelte e di ciò che li anima. Ho voluto mettere l’essere umano al centro e creare un dialogo diretto con il pubblico.
Ascoltare il percorso di un artista o di un professionista può incoraggiare qualcuno, suscitare una vocazione o semplicemente far capire che dietro ogni immagine esistono lavoro, dubbi, fallimenti e perseveranza.
Desideravo inoltre un festival gratuito, accessibile e a misura d’uomo, nel quale gli invitati non fossero semplicemente nomi su un cartellone. Ognuno di loro è stato scelto per il proprio percorso e per ciò che può trasmettere al pubblico.
Hai scelto di far nascere il festival sulla Butte Sainte-Anne e di portarlo anche in un quartiere popolare come Bellevue. Quanto era importante che il cinema uscisse dai suoi luoghi abituali e andasse direttamente incontro alle persone?
Era fondamentale. La Butte Sainte-Anne è il luogo in cui vivo ed è qui che il festival è nato. È un quartiere che conserva lo spirito di un piccolo paese nel cuore di Nantes e che, per la sua stessa conformazione, sembra naturalmente predisposto al racconto e all’immaginazione.
Le sue scalinate, le case, i bistrot, le stradine, la vista sulla Loira e sugli antichi cantieri navali sembrano già contenere infinite storie. È un luogo dal quale lo sguardo si apre verso il fiume, il porto e l’orizzonte, quasi invitando al viaggio.
Nantes è la città in cui è nato e cresciuto Jules Verne, scrittore visionario il cui immaginario è stato profondamente nutrito da questa grande città portuale. Oggi proprio sulla Butte Sainte-Anne si trova il museo a lui dedicato, tra il Jardin Extraordinaire e la Loira.
Il rapporto del quartiere con le storie, il viaggio e la creazione è quindi quasi naturale. Non avrei potuto immaginare un luogo più giusto per far nascere un festival dedicato a chi le storie le scrive, le produce e le porta sullo schermo.
Non volevo chiudere il festival dentro un unico edificio. Ho preferito farlo vivere nei bistrot, nei giardini e nei luoghi frequentati ogni giorno dagli abitanti. Il cinema deve poter andare incontro alle persone, comprese quelle che non entrerebbero spontaneamente in una sala o in un festival.
Per questo era importante arrivare anche a Bellevue. La cultura non deve essere riservata a chi possiede già i codici per avvicinarvisi. Deve attraversare la città, raggiungere pubblici diversi e creare occasioni di dialogo.
Anche la gratuità di tutti gli appuntamenti fa parte di questa scelta: la situazione economica di una persona non dovrebbe mai impedirle di incontrare un artista, assistere a una proiezione o scoprire un mestiere.
Fin dalla prima edizione avete deciso di riservare uno spazio permanente alla creazione italiana. Perché l’Italia e che tipo di ponte vorresti costruire negli anni tra il cinema francese e quello italiano?
Ho vissuto quasi trent’anni in Italia. L’Italia, quindi, non è soltanto un Paese che amo: è parte della mia storia, della mia formazione, della mia sensibilità e del mio modo di guardare il cinema, le persone e la vita in generale.
L’Italia mi ha trasformata e resa più forte. Mi ha insegnato a riconoscere e a coltivare la bellezza, ovunque essa si trovi. Sono profondamente grata a questo Paese e alle persone straordinarie che vi ho incontrato e che mi hanno accordato la loro fiducia.
Era quindi naturale per me riservare alla creazione italiana uno spazio permanente nel festival: non un semplice omaggio occasionale, ma una presenza fissa, stabile e destinata a crescere negli anni.
Francia e Italia condividono una storia cinematografica straordinaria, ma credo che oggi sia necessario creare nuovi legami, soprattutto tra artisti, professionisti e giovani generazioni. In Francia, purtroppo, dall’Italia arriva ancora poco o nulla.
Vorrei che questo spazio diventasse un vero ponte: far conoscere in Francia interpreti e opere italiane che meritano maggiore visibilità, favorire gli incontri professionali e, in futuro, accompagnare anche progetti comuni.
Il mio desiderio è costruire uno scambio duraturo, nel quale le due culture non siano semplicemente affiancate, ma entrino realmente in dialogo.
Cristina Donadio inaugura simbolicamente questo rapporto con l’Italia. Cosa rappresenta per te e perché hai voluto che fosse proprio lei la prima ospite italiana del festival?
Cristina Donadio rappresenta perfettamente ciò che desidero raccontare con questo festival. Molti la conoscono come Scianel in Gomorra, ma dietro quel personaggio esiste un’artista con quasi cinquant’anni di teatro, cinema e televisione. E poi c’è una donna dotata di una forza, di una libertà e di una generosità straordinarie.
Non la ringrazierò mai abbastanza per aver accettato il mio invito. Cristina è un’attrice di cui l’Italia deve essere fiera.
Volevo permettere al pubblico francese di incontrare Cristina oltre Scianel. Quel ruolo le ha dato una visibilità internazionale, ma non può contenere tutta la ricchezza del suo percorso.
La sua presenza inaugura il rapporto del festival con l’Italia nel modo più bello: attraverso un’artista profondamente napoletana e italiana, ma capace di parlare a un pubblico internazionale. Cristina incarna il talento, la perseveranza e la capacità di trasformare anche le prove più difficili in forza creativa. Per questo riceverà anche l’Excellence Award del Festival.
E poi Cristina non è soltanto una grande artista. È una donna capace di creare immediatamente un rapporto umano autentico. Per una prima edizione fondata sulla vicinanza tra gli artisti e il pubblico, non avrei potuto desiderare un’ambasciatrice migliore.
A Bellevue partirete da Gomorra per parlare ai ragazzi di scelte e della possibilità di costruire il proprio futuro. Come si passa da una serie che racconta un mondo così duro a un messaggio che dice, invece, « nulla è scritto in anticipo »?
Proprio perché Gomorra racconta un mondo durissimo, può diventare il punto di partenza per una riflessione importante.
Non vogliamo presentare quel mondo come un modello, né confondere la realtà con la fascinazione che può esercitare la finzione. Vogliamo utilizzare ciò che la serie mostra per aprire un dialogo sulle conseguenze delle nostre scelte, sul contesto nel quale cresciamo e sulla possibilità di immaginare un’altra strada. Perché niente, davvero, è scritto in anticipo.
La domanda centrale è questa: il luogo in cui nasciamo deve necessariamente decidere chi diventeremo? Per me la risposta è no. Possiamo diventare ciò che desideriamo, se siamo disposti a impegnarci per costruire il nostro futuro e realizzare i nostri sogni.
Dire « nulla è scritto in anticipo » non significa negare le difficoltà, le disuguaglianze o il peso dell’ambiente sociale. Significa ricordare che una persona non può essere ridotta al proprio quartiere, alle proprie origini o agli errori commessi.
Un incontro, una parola, una vocazione, l’impegno che mettiamo in ciò che facciamo o qualcuno che crede in noi possono cambiare una traiettoria.
A Bellevue non porteremo nessuna lezione impartita dall’alto. Porteremo artisti con percorsi, origini ed esperienze differenti, pronti a parlare direttamente con i ragazzi.
Il cinema e le serie possono mostrare la violenza del mondo, ma possono anche aprire una finestra e aiutarci a comprendere che esistono altre possibilità. È questo il senso di « Nulla è scritto in anticipo ».




Lascia un Commento