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Balcanica, quando la musica diventa l’ultima forma di libertà

Presentato in anteprima regionale alla 18esima edizione dell’Ortgia Film Festival, il film di Nicola Sorcinelli racconta il viaggio di un padre e di un figlio afghani lungo la rotta balcanica, tra dolore, speranza e musica.

ORTIGIA – Il buio prima delle immagini. I passi prima dei volti. Il rumore della paura prima ancora che qualcuno pronunci una parola.Balcanica comincia così, dentro un’oscurità che non è soltanto quella della notte, ma quella di un mondo nel quale attraversare un confine significa mettere in gioco il proprio corpo. Due uomini camminano nel buio. Poi arrivano le urla, la violenza, i colpi. Quando la scena si interrompe, Sorcinelli non ci mostra immediatamente i loro volti: ci mostra degli strumenti musicali abbandonati a terra. Sono delle tube.

È un’immagine semplice e insieme potentissima, perché in Balcanica la musica non è soltanto un elemento della storia: è la storia. Nicola Sorcinelli racconta la fuga di Nazar e Jalil, padre e figlio afghani, costretti a lasciare il proprio Paese quando la musica viene messa al bando. Nazar è un direttore d’orchestra, Jalil un giovane suonatore di tuba. Il loro viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia nasce dunque da una necessità concreta, ma soprattutto da una domanda radicale: quanto può sopravvivere un uomo se gli viene tolto ciò che dà un senso alla sua esistenza?

Il regista non costruisce un film sulla migrazione nel senso più prevedibile del termine. Non cerca l’immagine-simbolo, non indulge nel dolore, non trasforma la sofferenza in spettacolo. Fa qualcosa di più difficile: porta il confine dentro i corpi. I piedi congelati di Nazar, le ferite, la febbre, la fame, la stanchezza, le scarpe che gli vengono tolte, il cammino che diventa fisicamente impossibile. Il corpo è il primo territorio di Balcanica, il luogo nel quale si depositano la paura, la violenza e l’umiliazione. Non c’è bisogno di mostrare continuamente il paesaggio della frontiera: basta un piede che non riesce più a camminare, una mano che trema, un uomo che non riesce a rialzarsi. Ed è proprio questa scelta a rendere il film così fisico.

Sorcinelli concentra spesso l’azione negli interni, negli spazi chiusi, nei rifugi provvisori, nelle stanze attraversate da uomini e donne che aspettano. Aspettano di ripartire, di essere curati, che qualcuno risponda, che il confine, per una volta, si apra. Il mondo esterno rimane spesso fuori campo e proprio questa sottrazione aumenta la sensazione di prigionia. Il viaggio è continuo, ma lo spazio sembra immobile. La fotografia lavora su una tavolozza livida, fatta di verdi, blu, grigi e rossi scuri. È come se il mondo del film fosse stato privato del calore. La luce non accoglie: trattiene. Gli ambienti sembrano sospesi in una temperatura emotiva che coincide con quella del viaggio. E il freddo diventa così una condizione esistenziale.

In questo paesaggio entra Greta, la giovane dottoressa interpretata da Matilda De Angelis. Non è l’eroina che arriva per salvare gli altri. È una donna che osserva, cura, ascolta e progressivamente si lascia coinvolgere da ciò che sta vedendo. Anche per lei il confine diventa una questione personale. Aiutare Nazar e Jalil significa oltrepassare un limite, mettere in discussione le regole, assumersi una responsabilità. De Angelis lavora molto sulla sottrazione. Anche quando Greta potrebbe diventare il centro emotivo della vicenda, l’attrice evita di occupare la scena con il proprio personaggio. La sua interpretazione è fatta di esitazioni, sguardi, silenzi. E ancora una volta dimostra di sapersi muovere con naturalezza nella recitazione in inglese, accanto a Babak Karimie Ivar Wafaei. Ed è proprio quest’ultimo, nel ruolo di Jalil, a regalare al film una delle presenze più intense. In lui c’è la necessità di diventare adulto troppo presto, di prendersi cura del padre quando questo non riesce più a prendersi cura di lui. E c’è soprattutto una fede che non è mai soltanto religiosa: è fede nella possibilità che il viaggio abbia ancora un senso. Quando Nazar si ammala e Jalil, impotente, chiede aiuto a Dio, il film raggiunge una delle sue zone più intime. Non c’è retorica. C’è un uomo che non sa più cosa fare. E allora prega. Babak Karimi dà a Nazar una gravità quasi primordiale. Il suo personaggio porta addosso il peso di un uomo che ha perso tutto ma non vuole perdere anche la musica. Per Nazar, infatti, suonare non è una professione. Non è nemmeno semplicemente una passione. È una forma di sopravvivenza. La domanda che attraversa tutto il film diventa allora anche una domanda sulla libertà: cosa significa davvero essere liberi se qualcuno può decidere quali parole pronunciare, quali immagini guardare, quali strumenti suonare?

La tuba diventa un oggetto cinematografico straordinario. Ingombrante, quasi impossibile da trasportare durante una fuga. Un peso. Un ostacolo. Ma anche un frammento di identità che Nazar e Jalil rifiutano di abbandonare. Il film trova la sua forza anche nel rapporto tra padre e figlio. Non sono semplicemente due migranti ma due uomini legati da una relazione fatta di amore, conflitto, protezione e dipendenza. Quando il padre non riesce più a camminare, il figlio deve diventare adulto. Quando il figlio ha paura, il padre cerca di restituirgli una direzione. È un viaggio che procede continuamente in due direzioni: verso l’Italia e dentro il loro rapporto. Intorno a loro compaiono altre persone, uomini e donne che hanno già tentato di attraversare il confine, che conoscono le regole non scritte della rotta, che vivono in una condizione di permanente sospensione. Sorcinelli costruisce così un universo nel quale il tempo sembra essersi fermato: nessuno è veramente arrivato e nessuno è ancora definitivamente partito. Poi arriva Greta. La sua scelta di aiutare Nazar e Jalil, accompagnandoli fino al confine, non viene raccontata come un gesto eroico. È piuttosto il momento in cui una persona decide che non può più limitarsi a guardare. E poi arriva il finale in cui il regista sceglie di non mostrare. Non vediamo i corpi di Nazar e Jalil nascosti nel furgone. Vediamo soltanto le loro mani. È una scelta di regia precisa ed efficace. Dopo avere attraversato un film fatto di corpi, ferite, piedi, gelo e violenza, il regista finisce sulle mani. Una mano sopra l’altra. Quella del padre su quella del figlio. E mentre la musica accompagna il momento, quelle mani raccontano tutto ciò che il film ha cercato di dire senza mai gridarlo: la protezione, la paura, la memoria, la continuità, la speranza. Il confine è ancora lì. Ma per un istante non conta più.Conta quel gesto: che il padre tenga la mano del figlio e che la musica possa tornare a esistere.

Balcanica diventa così un film sul diritto di continuare a essere ciò che si è anche quando il mondo ti costringe a diventare qualcun altro. È un film sul corpo come ultimo territorio di libertà e sulla musica come memoria di un’identità che nessun confine dovrebbe poter cancellare. Sorcinelli costruisce un’opera prima che sceglie la strada più difficile: non spiegare il dolore, ma farlo passare attraverso le immagini, i silenzi, i corpi e soprattutto attraverso il suono. E forse il senso più profondo del film è tutto in quelle due tube abbandonate all’inizio e in quelle mani alla fine.All’inizio gli strumenti sono a terra. Alla fine la musica torna a vivere.

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