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Gli scatti di Mick Rock e il destino nel cognome: Shot! The Psycho-Spiritual Mantra of Rock

Il doc, con le voci di Bowie e Reed, racconta senza filtro le fotografie di un dissacrante settantenne

«Davvero ti chiami Rock?», domanda David Bowie a Mick Rock durante il loro primo incontro. Tutto nella vita del fotografo inglese sembra scritto nel destino, a partire dal cognome. Con autoironia, un acuto senso d’introspezione e un linguaggio tra lo sboccato e l’intellettuale, Mick Rock, 70 anni, si racconta nel documentario Shot! The Psycho-Spiritual Mantra of Rock, diretto da Barnaby Clay (lo trovate anche su Netflix). Lo fa senza censure e senza filtri, in modo simile al suo approccio alla fotografia: essenziale, poche luci e molta attitudine. «Tutto è cominciato con Syd» dice dell’amico Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd e compagno nel corso di letteratura a Cambridge.

Rock: un destino nel cognome.

La copertina dell’album solista The Madcup Laugh oggi è leggenda ma Mick Rock, dissacratorio, rivela che le tonalità oniriche delle immagini dipendono in realtà da un’esposizione sbagliata che ha dovuto correggere in camera oscura. Così scopriamo i retroscena di alcune delle immagini più celebri del rock, come la lugubre copertina dell’album Queen II, ripresa anche per il video di Bohemian Rhapsody, ispirata dalla Marlene Dietrich di Shanghai Express. «Quello stronzo se ne stava immobile come un’iguana» dice osservando la copertina dell’album Raw Power dell’amico Iggy Pop, immortalato durante un’esibizione dal vivo, in modo simile a Lou Reed in Transformer.

I Queen fotografati da Rock, per la copertina dello storico album Quenn II.

Se è stato soprannominato “l’uomo che ha scattato gli anni ’70”, Mick Rock, londinese adottato da New York, sembra impersonare perfettamente l’edonismo di quegli anni, da lui così brillantemente raccontati. Gli eccessi che qui rivela con gran candore sono poi risultati in un triplo attacco di cuore e un quadruplo bypass come mostra il film con un’unica, audace ricostruzione. Eppure Rock non parla dell’amore per le droghe come un fatto nichilistico, piuttosto come se fossero state una porta alla creatività e alla sperimentazione.

Il banner del documentario.

“Whoopsie Daisy!” (in italiano suona tipo “perdindirindina!”) esclama riguardo l’epifania di combinare il kundalini yoga con l’uso di LSD. Se con le droghe ha dovuto darci un taglio, lo yoga resta una pratica quotidiana. «Non sono un fottuto paparazzo» si giustifica prima di mostrare le foto del notorio party a base di sostanze illegali durante cui Mick Jagger, Keith Richards e Rod Stewart furono incastrati dalla polizia. «Ero parte di tutto e costavo poco» ammette Rock, che per l’iconico scatto ai Queen avrebbe intascato appena 300 sterline.

Gli scatti di Rock.

Una star con la macchina fotografica in mano, nelle foto insieme all’amico Freddie Mercury sembra quasi il quinto membro dei Queen. Ma trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto non è solo questione di fortuna, come sottolinea Lou Reed in un passaggio che li ritrae durante un talk di qualche anno fa: Rock lo ringrazia con un bacio in bocca, una provocazione imparata ai tempi del glam.

Reed, Jagger, Bowie nella foto di Mick Rock.

Le uniche voci esterne nel film sono proprio quelle di Lou Reed e David Bowie: ci arrivano per mezzo di vecchie registrazioni di conversazioni tra loro e il fotografo, da giovani. «L’artista non esiste» sentenzia Bowie. «L’artista è esclusivamente frutto dell’immaginazione della gente. Lo è Bob Dylan, lo è Mick Jagger, lo è Marc Bolan, e lo sarò anch’io. Noi siamo nella zona grigia, siamo i veri falsi poeti, siamo le divinità» sentenzia Bowie. «Voi siete le immagini» ribatte Mick Rock E non bisogna essere aspiranti fotografi per gustarsi quest’ora e quaranta minuti di pura ispirazione creativa.

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Qui potete vedere il trailer del documentario:

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