ROMA – Ci sono serie che non tornano solo perché sono amate, ma perché continuano a parlare a chi le ha attraversate. I Cesaroni rientrano in questa categoria: non un semplice revival, ma un ritorno che porta con sé il peso del tempo, delle trasformazioni personali e di un pubblico che non è più lo stesso. Per Ludovico Fremont, che nella serie ha dato volto a Walter Masetti, questo ritorno, questa nuova stagione, è prima di tutto un confronto con sé stesso. Con quello che era, con quello che è diventato e con ciò che oggi sente giusto raccontare. Il risultato non è nostalgia, ma consapevolezza.
Ludovico, partiamo proprio dall’inizio. Dove eri quando ti hanno chiamato per questa nuova stagione? «Vuoi che ti dico dov’ero? Dove mi trovavo in quel momento?», ride Fremont, prima di raccontare una scena che sembra scritta apposta per smentire ogni retorica “da ritorno”. «Ero a Saint Tropez, su uno yacht. Stavo facendo un trasferimento di una barca». Specifica subito, quasi a togliere qualsiasi aura: «Non stavo a fare il figo, capisci? No, no, stavo facendo un trasferimento di una barca… 28 metri. Stavo sistemando alcune cose a prua… e mi hanno chiamato». E la risposta, racconta, è stata istintiva e molto semplice: «“Ludo, ti piacerebbe lavorare insieme?” e io ho detto: “Perché no?”».
Come hai reagito?
«Con molta calma, che non è una cosa scontata». Fremont racconta che la telefonata non è stata uno shock emotivo, ma qualcosa di più profondo. «Non ho avuto l’effetto “oddio, torniamo indietro”. Ho avuto piuttosto una sensazione di continuità. Come se quel percorso non fosse mai stato davvero chiuso». Il ritorno non è stato vissuto come un’operazione nostalgia, ma come un’occasione per guardare a quella storia con occhi diversi. «Siamo cresciuti tutti. Io per primo. E questo si riflette anche nel modo in cui torniamo a raccontare quei personaggi». Walter, oggi, non è più il ragazzo impulsivo di allora: «Sarebbe falso fingere che non sia successo niente. Il tempo passa, e se lo ignori stai mentendo al pubblico».

Chi è Walter oggi, rispetto a quello che ricordavamo?
«Walter oggi è più consapevole, meno istintivo». Ludovico parla di un personaggio che ha attraversato le stesse fratture del suo interprete: «È uno che ha sbagliato, che ha pagato, che ha capito delle cose. E questo mi interessava molto». Non c’è la volontà di “addolcirlo” o renderlo più simpatico: «La maturità non ti rende automaticamente migliore. Ti rende più onesto». Ed è proprio questa onestà che Fremont considera centrale: «Walter non deve piacere per forza. Deve essere credibile». Il lavoro sul personaggio è stato anche un lavoro personale: «Rivedermi lì, dopo anni, mi ha fatto riflettere su quanto sono cambiato io. E su quanto fosse giusto portare quel cambiamento dentro la storia».
Che rapporto hai oggi con il pubblico dei Cesaroni?
«Un rapporto molto diverso da prima. Le persone che ci seguivano allora oggi hanno famiglie, figli, responsabilità. Non cercano più solo leggerezza. Questo cambia anche il modo di stare in scena: non puoi raccontare le stesse dinamiche con lo stesso tono. Sarebbe una caricatura». Per lui, il rispetto verso chi guarda passa proprio da qui: «Non trattare il pubblico come se fosse fermo nel tempo». C’è anche una consapevolezza nuova rispetto alla serialità: «Oggi le serie sono ovunque. Ma proprio per questo devi avere qualcosa da dire. Non basta tornare».
Nel nuovo racconto entrano temi più attuali: era una tua esigenza?
«Dipende di che temi attuali parliamo. Viviamo in un’epoca in cui siamo diventati molto spaventati da noi stessi. Abbiamo paura di dire, di sbagliare, di affrontare». Per lui, una serie popolare ha anche una responsabilità: «Non deve fare la morale, ma non può nemmeno fingere che certi temi non esistano». Il rispetto, l’ascolto, la complessità delle relazioni contemporanee entrano nel racconto senza forzature: «Non per essere moderni, ma perché è la realtà».

Mi hai parlato di una sorta di “fobia di noi stessi”: cosa intendi davvero?»
È uno dei passaggi più interessanti dell’intervista. «Secondo me stiamo arrivando a una fobia di noi stessi», dice Fremont senza alzare la voce, quasi come se stesse ragionando ad alta voce. «C’è proprio paura. Paura di dire una cosa, paura di sbagliare, paura di esporsi». Non è una polemica, ma una constatazione che nasce dall’osservazione quotidiana: «Sembra che tutto debba essere controllato, filtrato, sterilizzato». Il rischio è quello di bloccarsi: «Il problema è che a forza di avere paura, poi non fai più niente». E insiste: «Non arriviamo al punto di non fare, di non dire, di non provare più nulla. Il rispetto è fondamentale. Però non può diventare un freno totale».
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