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Lo Schiaffo, la recensione: e se i figli potessero spiare i propri genitori?

Frédéric Hambalek dirige “Lo Schiaffo” un film che gioca sulla dinamica della privacy tra genitori e figli in uscita nelle sale dal 27 novembre

ROMA – La famiglia, il matrimonio, i figli: sono una splendida avventura, ma anche una realtà complessa. È risaputo che la vita di coppia sia difficile da mantenere salda e che, spesso, la routine quotidiana possa diventare profondamente noiosa. Le dinamiche che si instaurano tra genitori e figli adolescenti rappresentano poi un momento estremamente delicato. Lo Schiaffo di Frédéric Hambalek – presentato alla 75ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino e prossima nelle sale dal 27 novembre. – mette in scena un vero e proprio esperimento, scegliendo come “cavia” una famiglia borghese, ponendola di fronte a un problema insolito: la loro figlia vede tutto ciò che fanno.

Julia e Tobias sul set del film

Dietro l’apparenza di una vita perfetta – quella di Julia, Tobias e della loro figlia adolescente Marielle – si nascondono piccoli segreti e tensioni irrisolte. Tutto cambia quando un improvviso schiaffo scatena in Marielle misteriosi poteri telepatici: da quel momento nessuna bugia può più rimanere nascosta. Ogni pensiero non detto, ogni gesto ambiguo, ogni falsità viene immediatamente messa a nudo. Con la verità che irrompe senza filtri nella loro quotidianità, la famiglia viene messa alla prova duramente. Lo schiaffo, che apre il film, diventa una sorta di risveglio, un richiamo brutale alla verità. Marielle si trasforma in una presenza soprannaturale, un’entità davanti alla quale i genitori non possono più distogliere lo sguardo. La bambina incarna ciò che Julia e Tobias cercano disperatamente di ignorare, mettendo in crisi le loro certezze e, soprattutto, le loro maschere. In questa storia è Julia a soffrire di più di tutti: non sopporta la monotonia di una routine priva di stimoli e di un rapporto che sembra essersi spento. Lo schiaffo e il dono (o condanna) di Marielle che ne scaturisce, diventano il pretesto per trasformare la vicenda in un vero esperimento sociale. Di solito sono i genitori a controllare i figli, a spiarli, a voler gestire le loro vite nei minimi dettagli, ma siamo davvero sicuri che a nascondere di più siano i ragazzi? O, piuttosto, gli adulti?

Marielle in una scena del film

La regia sottolinea questo ribaltamento attraverso primi piani – che dividono la pellicola – sulla bambina, mostrata quasi come una piccola divinità, una sorta di entità onniveggente dalla quale non si può fuggire. Julia e Tobias sono incatenati davanti alla verità, metafora estrema di quello che spesso i figli inevitabilmente mostrano ai genitori. Del resto, i figli vedono, sentono, percepiscono sempre tutto e la “famiglia perfetta” è spesso solo un’illusione costruita dagli adulti che non fa altro che male. Le riprese sono affascinanti e i silenzi – a tratti quasi fastidiosi – amplificano la tensione. Si percepisce persino lo scricchiolio del parquet quando la camera a mano segue i personaggi come un occhio invisibile che li osserva. Il risultato è un film essenzialmente drammatico, con qualche lieve momento di sorriso che forse avrebbe potuto essere approfondito per rendere la pellicola più  tragicomica o “divertente”. Rimane comunque un’opera interessante, dal pretesto narrativo vincente facendo riflettere su come lo sguardo dei giovani spesso induce gli adulti a interrogarsi su cose che mai avrebbero considerato, rivelando una saggezza inattesa.

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