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L’afide e la formica | Giuseppe Fiorello, Mario Vitale e quel debutto sorprendente

Tratto dalla pièce teatrale Tavano, il film è una storia di umanità e integrazione. Ecco perché vederlo

l'afide e la formica
Un dettaglio del poster de L'afide e la formica.

MILANO – C’è un Sud Italia lontano dalle storie senza speranza, dalle sparatorie e dalla malavita. È quello che racconta Mario Vitale nel suo debutto alla regia con L’afide e la formica, film uscito tre anni fa e ora in televisione, tratto da una pièce teatrale di Saverio Tavano che si chiamava La marcia lunga. Ma cos’è? È una storia di riscatto e di rinascita, un incontro di culture che fa superare i pregiudizi e una lotta con sé stessi per riprendere in mano la vita e abbattere i propri limiti. E, come in tante storie che abbiamo visto, ecco che lo sport diventa anche altro, si trasorma in una metafora che fa della liberazione un traguardo possibile.

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Giuseppe Fiorello e Cristina Parku ne L’afide e la formica di Mario Vitale

I due protagonisti de L’afide e la formica sono Michele (Giuseppe Fiorello) e Fatima (Cristina Parku). Lui è un cinquantenne insegnante di educazione fisica, gran corridore in passato ma che la morte del figlio ha fatto cadere in un tunnel da cui non riesce più a rialzarsi. Fatima ha invece sedici anni e viene dal Marocco, la sua è una famiglia tradizionale e la madre le impone di portare il velo, anche se il padre le ha lasciate per un’altra donna. Michele cerca un rimedio contro il dolore, Fatima un riscatto verso una vita diversa da quella in cui si è trovata. L’occasione? Una corsa, la corsa di Sant’Antonio, che attraversa la città.

Sul set de L’afide e la formica

Fatima vuole correre e Michele accetta di allenarla, per entrambi riuscire significa fare quel passo che potrà cambiare le loro vite. Perché veniamo a sapere che il figlio di Michele è stato ucciso dalla mafia, e da allora il professore si è allontanato dalla ex-moglie, anche lei chiusa in un dolore immenso rimasto senza giustizia. Tutti corrono, in questo film, che sia dal passato, dai propri demoni o dalle costrizioni. Fatima scappa dalla madre ma anche da sé stessa. È alla ricerca del proprio posto nel mondo, sperimenta il primo amore, nasconde qualche sigaretta, come qualsiasi sedicenne della sua età.

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Gli allenamenti di Fatima e Michele in L’afide e la formica

Il debutto alla regia di Mario Vitale è una piacevole sorpresa. Scardina uno dopo l’altro i tanti cliché in cui una storia come questa poteva incappare attraverso un cast notevole che annovera anche Valentina Lodovini, Alessio Praticò, Ettore Signorelli e Nadia Kibout. L’afide e la formica è quasi un melò moderno, dove però la retorica non si trasforma in messaggi sfruttati o ipocrisia. Più onesto di così il racconto non potrebbe essere: c’è il confronto tra due generazioni e due culture, la ricerca di un’umanità che si vuole credere non ancora perduta e la voglia di riscatto. Il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, costi quel che costi, e la fiducia da conquistare.

Sul set de L’afide e la formica

In una Calabria che si divide tra la realtà di Fatima e il mondo onirico fatto di ricordi in cui si perde Michele, la storia de L’afide e la formica è quel pesce fuor d’acqua che ci rammenta come questi racconti possono ancora stupire e catturare il pubblico. Senza ipocrisia e senza un fine ultimo, la storia vuole solo dirci che a volte una seconda possibilità c’è davvero, ma dobbiamo avere il coraggio di crederci. E così, ecco che del film di Vitale qualcosa rimane dentro anche dopo la fine, quando la corsa finisce e si fanno i conti non con la gara, ma con il proprio cuore…

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