«Qui nessuno soffre», ripetono gli abitanti di Remis con il sorriso fisso sulle labbra. E forse basterebbe questo incipit per spiegare ai più che ci sono film che ti accompagnano anche dopo i titoli di coda. La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli – presentato fuori concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – rientra in questa categoria. E lo fa non tanto per i suoi momenti di tensione – che pure non mancano – quanto per l’idea disturbante che si porta dietro: e se la serenità collettiva, quella che tutti invochiamo, fosse solo una maschera imposta, un sorriso obbligatorio che soffoca invece di liberare?

Il giovane e talentuoso Strippoli ci porta a Remis, un paesino alpino che a prima vista sembra uscito da una cartolina: aria pura, comunità compatta, visi illuminati da sorrisi costanti. Proprio i dettagli che turbano dai primi minuti. Perché a sorreggere quell’illusione c’è un sacrificio. Lo scopre Sergio Rossetti (Michele Riondino), ex judoka caduto in disgrazia, arrivato lì con le ossa rotte dentro più che fuori. Durante la sua permanenza, Sergio scopre che gli abitanti di Remis hanno affidato la loro serenità a un rituale inquietante: ogni notte si riuniscono per abbracciare Matteo (Giulio Feltri), un ragazzo fragile e taciturno, costretto ad assorbire il dolore altrui come una spugna. È un meccanismo crudele, che trasforma la presunta armonia del villaggio in un equilibrio fondato sul sacrificio di un solo corpo. L’idea funziona come una lama a doppio taglio: da un lato inquieta per la sua crudeltà, dall’altro affascina per la sua logica malata.

Riondino accompagna durante tutto il film con un’interpretazione dolente seppur fisica, che porta addosso il senso di colpa come un peso costante. Il sedicenne Giulio Feltri, al debutto, sorprende: il suo Matteo è fragile ma granitico, un ragazzo che non ha scelto il ruolo di martire ma che si lascia guardare con empatia, senza mai diventare un’icona stereotipata. E attorno a loro la fotografia lattiginosa trasforma le montagne in un luogo sospeso, quasi senza tempo. Quasi un paradiso che sa di prigione. Non tutto è perfetto: il film prende tempo a carburare, e qualche momento della seconda parte si dilunga forse più del necessario. Ma la nuova fatica del regista pugliese è un horror atipico (specie nell’industria italiana del ventunesimo secolo), che non cerca di spaventare facilmente ma scava – già dalla sceneggiatura – nei nervi scoperti della nostra società: il bisogno disperato di apparire felici, la paura di affrontare il dolore, la tentazione di delegarlo a qualcun altro.
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