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Jean-Jacques Annaud: «Io, Sean Connery, Patrick Dempsey e quei capricci da star…»

Da Il nome della rosa all’ultima serie La verità sul caso Harry Quebert: il regista francese si racconta

Jean-Jacques Annaud a Canneseries. Foto: Olivier Vigerie

CANNES – Non riesce a stare fermo un attimo. Si siede in poltrona, poi si alza immediatamente e inizia a camminare su e giù mentre racconta aneddoti della sua carriera al Cannes International Series Festival. Jean-Jacques Annaud è uno degli ospiti più attesi qui, perché presenta in anteprima La verità sul caso Harry Quebert, tratto dall’omonimo romanzo giallo di Joël Dicker (edito in Italia da Bompiani) e interpretato da un cast ben assortito e capitanato da Patrick Dempsey, compianto Dottor Stranamore di Grey’s Anatomy. Sulla Croisette, tra photocall e masterclass, Annaud condivide con il pubblico lo stesso entusiasmo di quando era un giovane cineasta alle prime armi che si ritrovò a stringere tra le mani l’Oscar come miglior film straniero per Bianco e nero a colori, il suo film di debutto del 1976.

Annaud a Cannes con Patrick Dempsey e il cast de La verità sul caso Harry Quebert. Foto Olivier Vigerie

IL CASO HARRY QUEBERT «Con La verità sul caso Harry Quebert ho avuto un’enorme libertà di scelta, final cut incluso, ed è raro che al regista spetti l’ultima parola oggi. Mi sono immerso nei paesaggi del New England per entrare dentro la vicenda tanto che ormai quella costa mi pare di conoscerla persino meglio di Los Angeles, dove ho vissuto otto anni. Le spiagge incontaminate, le foreste selvagge, scenari che si vedono di rado e che noi abbiamo animato costruendo persino di tutto punto una casa, che esisteva solo nella fantasia di Dicker».

Annaud sul set con Kristine Froseth e Dempsey.

L’OSCAR «Credo sia bizzarro che il film con cui ho vinto l’Oscar è piaciuto ovunque tranne che in Francia, anche se io stesso ero convinto che non avrei mai vinto la statuetta. E invece Bianco e nero a colori mi ha cambiato la vita: il giorno dopo la cerimonia un agente americano mi ha proposto di rappresentarmi, ho accettato e in un giorno mi sono arrivati quattro copioni. Da allora non mi sono più fermato anche se ho cercato di non essere stritolato dagli ingranaggi di Hollywood».

Jean-Jacques Annaud alla Masterclass a Canneseries.

SEAN CONNERY «Nel 1986 mi sono impuntato per avere Sean Connery come protagonista de Il nome della rosa. Appena l’ho incontrato mi ha chiamato “ragazzino” con la sua voce profonda e quando ha letto il copione con l’accento che avevo in mente, sapevo che lo avrei scritturato. Tutti però mi dicevano che James Bond non sarebbe stato credibile nella parte di un monaco intellettuale, invece ho insistito nonostante ci fossero in ballo l’equivalente di 80 milioni di euro attuali, all’epoca una cifra enorme. Il rischio è stato ampiamente ripagato».

Sean Connery ne Il nome della rosa. Era il 1986.

IL NOME DELLA ROSA «Connery era piuttosto esigente sul set e alcune volte discutevamo a lungo. Il primo giorno di riprese era riuscito a convincere la costumista a dargli un paio di calzini blu da indossare con i sandali. Gli ho detto: “I francescani fanno voto di povertà, spesso camminano scalzi, li devi togliere”. Ha risposto: “No, questo monaco invece li porta”. Alla fine sono arrivato al compromesso che non gli si vedessero i piedi sotto il saio».

Annaud sul set de Il nome della rosa.

I CAPRICCI «Come se non bastasse Connery pensava che se la testa pelata era un attentato alla sua virilità, oltre che fonte di una possibile insolazione. Aveva preteso di avere un cappello per non ammalarsi e infatti, puntualmente, tre giorni dopo si prese un’infreddatura totale. Gli avevo proposto un altro compromesso: ricreare al trucco e parrucco una parvenza di capelli sulla cute, come se fossero stati rasati di proposito. L’idea gli piacque, peccato che per realizzarla ci abbiamo impiegato tre ore di make up ad ogni ciak. Ancora rido ogni volta che ci ripenso…».

Il regista a Cannes durante l’incontro stampa.

IL FUTURO «Non faccio mai due cose alla volta, quindi quando archivio un progetto mi prendo del tempo per pensare al futuro. Ecco perché, visto che sto ancora lavorando su La verità sul caso Harry Quebert, non ho ancora chiare le idee su cosa verrà dopo. Mi affido alla spontaneità e al caso, anche perché impiego quasi tre anni per completare un film ed è già un rischio anticipare così tanti i tempi e le tendenze. Accelerare ancora di più il processo non fa proprio per me…».

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