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Le poesie di James Franco, l’attore che amava Brando, gli Smiths e River Phoenix

Hollywood, James Dean, l’adolescenza. Arriva anche in Italia il suo libro: Dirigere Herbert White

James Franco
James Franco. Il suo libro di poesie Dirigere Herbert White è appena uscito anche in Italia.

MILANO –  Brando e gli Smiths, Montgomery Clift e River Phoenix, ma anche Dennis Hopper, Fellini e il maestro Frank Bidart: arriva anche in Italia il libro di poesie che James Franco pubblicò nel 2014 negli Stati Uniti: Dirigere Herbert White, che ora trovate nelle Edizioni Progetto Cultura 2003 (164 pp.; 12 euro), tradotto da Simone Caffarini, che tra l’altro elabora anche una bella riflessione su cosa significhi tradurre una voce come quella di Franco. Eclettico, imprevedibile, quasi bulimico nella miriade di progetti, l’attore questa volta ferma su carta la sua passione per la poesia, ma non solo, perché – riga dopo riga – è evidente di come scrivere sia per lui una sorta di riflessione su quanto fatto in questi anni tra Hollywood e dintorni: «Anni dopo, mi voltai a guardare ciò che avevo fatto e osservai me stesso in tutti i vecchi film, e odiai l’uomo che vidi. Ma fu lui che rimase, quando io morii», scrive in Because, non a caso poesia d’apertura.

James Franco
La copertina del libro e una delle poesie.

Così, pagina dopo pagina, ecco scritti dedicati ai festival, al montaggio, a commenti raccolti per strada («Sei stato un grande in Freaks and Geeks, perché non continui a fare roba del genere?») e poi addirittura un rimando agli Smiths di Morrissey con una serie di poesie titolate come le loro canzoni più celebri, da Ask a There is a light that never goes out. Frammenti di vita vissuta, emozioni, ricordi sparsi, immagini di un padre lontano, di una California triste e di una madre da cui arriva molto, se non tutto: Betsy Lou Verne, scrittrice e poetessa, vero esempio da seguire per Franco, come quelli musicali, uno su tutti, Cobain: «Sono a casa. Millenovecento-novanta-tre, le canzoni sul mio stereo parlano di grandi cose e ho una religione fondata su di me. Kurt Cobain mi dice dove sto andando».

Franco durante uno degli incontri dedicati al suo libro di poesie.

A margine dell’aspetto autobiografico è però affascinante sfogliare il libro anche per leggere le opinioni di James Franco sui suoi miti, come Sean Penn, che incontrerà poi sul set di Milk: «Sul set di Fuori di testa ti chiamavano Sean De Niro per la tua dedizione. Un attore assorbito dal suo ruolo come De Niro lo è stato da La Motta; Tu eri Jeff Spicoli: surfista, tossico, profeta». Non solo Penn, ovviamente c’è anche il divino James Dean (che Franco interpretò in un film per la tv), e poi Brando, ma anche sonetti dedicati a Fellini, Truffaut e a Paris, Texas di Wenders. Le cose che rimangono più addosso però sono due: la prima è When My Father Died, in cui Franco racconta il momento sul set de Il grande e potente Oz gli arriva la notizia della morte del padre, rielaborata troppo in fretta tra una ripresa e un semaforo che diventa rosso.

La seconda poesia che rimane in testa è invece del 2011 e si chiama River, dedicata a River Phoenix, una delle meravigliose ossessioni di Franco, citato spesso, omaggiato addirittura con un rimontaggio di Belli e dannati di Gus Van Sant titolato My Own Private River (con musica dei R.E.M. ovunque, potete vederlo qui sotto) e nel libro invece al centro di una telefonata notturna, immaginaria, che riceve l’attore: «Pronto James, sono River, ti chiamo dal regno degli inferi. Sono morto a 23 anni, dieci anni meno della tua età. James, hai l’età di Gesù. Pensi forse di conoscermi? Tentai d’essere qualcosa di buono, qualcosa che parlasse alle persone, mi indirizzarono alla recitazione, ma amavo la musica. Almeno tu fai l’attore per scelta». Un libro consigliato per scoprire l’essenza di un autore dietro la maschera dell’attore.

  • Qui sotto potete vedere James Franco in My Own Private River:

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