in

Interviste | Vinciane Millereau e Elsa Zylberstein raccontano Era meglio domani

Un viaggio nel tempo tra ironia e consapevolezza: la regista e la protagonista raccontano una commedia che mette a confronto passato e presente.

ROMA – Era meglio domani è una commedia francese diretta da Vinciane Millereau che racconta la storia di una coppia degli anni ’50 improvvisamente proiettata nel 2025. Questo viaggio nel tempo destabilizza profondamente lui, cresciuto in un contesto di privilegi, mentre per lei, Hélène, si trasforma nell’occasione per intraprendere un percorso di emancipazione e riscoperta di sé. Abbiamo incontrato la regista e la protagonista Elsa Zylberstein, che ci hanno raccontato la genesi del film, le sue influenze e i temi che lo attraversano.

Da dove nasce l’idea di far viaggiare una coppia degli anni ’50 fino al 2025?

Vinciane Millereau: «L’idea è nata in modo molto naturale: io e lo sceneggiatore del film siamo sposati e abbiamo due figli della stessa età dei ragazzi che si vedono nel film. A un certo punto, parlando dei nostri progetti, abbiamo sentito il desiderio di raccontare una storia di famiglia, ma soprattutto di affrontare il tema dei rapporti tra uomo e donna da una prospettiva diversa».

Il film è stato descritto come “a metà tra Barbie e Ritorno al Futuro”: quali sono state le sue principali influenze?

«Sicuramente Ritorno al Futuro è stata una grande fonte di ispirazione, ma anche The Fabelmans di Spielberg ha avuto un ruolo importante. Mi interessa molto analizzare i rapporti di coppia e osservare come possano evolversi per funzionare meglio. In generale, però, le mie influenze sono molteplici: amo il cinema in tutte le sue forme e non mi limito a un solo genere o autore».

Pensa che guardare il presente con gli occhi degli anni ’50 possa aiutarci a comprenderlo meglio?

«Il mio intento non era giudicare nessuna delle due epoche. Non volevo dire che il 2025 sia perfetto o che il 1958 fosse negativo: entrambe hanno aspetti positivi e criticità. Il film segue il percorso di due persone che, catapultate nel presente, finiscono per scoprire se stesse. Tornando poi al ’58, vediamo che lei è cambiata: è una donna più moderna e si intravedono i primi segnali di quelle libertà che arriveranno in seguito. Anche lui evolve, comprendendo che il senso di onnipotenza maschile, soprattutto all’interno della famiglia, non è sano per nessuno. In Francia oggi le donne hanno molte libertà, ma in altre parti del mondo la strada è ancora lunga. Negli anni ’50, ad esempio, esistevano ancora i matrimoni riparatori: una figlia incinta doveva sposarsi. Ho voluto raccontare la donna contemporanea, ma il tema centrale resta la libertà femminile, insieme alla paura iniziale che questa libertà può generare».

Ha scelto la commedia per raccontare trasformazioni sociali profonde. È secondo lei oggi il linguaggio più efficace per affrontare temi seri?

«Non credo esista un linguaggio più efficace in assoluto: ogni forma espressiva può esserlo. Io ho scelto la commedia perché mi permetteva di affrontare temi importanti — come la liberazione femminile o l’omosessualità — senza risultare moralista. Volevo far ridere e allo stesso tempo far riflettere. Amo molto la tradizione della commedia all’italiana, che riusciva a trattare temi profondi, come la lotta di classe, con leggerezza. Raccontare argomenti complessi attraverso la commedia è, secondo me, anche una sfida ambiziosa».

Hélène vive in un sistema oppressivo senza percepirlo come tale: come ha interpretato questa inconsapevolezza senza giudicarla?

Elsa Zylberstein: «Quando affronto un personaggio cerco sempre la sua verità. Leggendo la sceneggiatura ho chiesto subito alla regista se Hélène fosse una donna felice, e lei mi ha risposto di sì.Questo mi ha fatto pensare a mia madre, che viveva in quell’epoca: anche lei sembrava felice, era innamorata di mio padre. Però mi sono chiesta se lo fosse davvero. Forse avrebbe voluto scrivere o fare altro, ma non ne ha avuto la possibilità. Molte donne all’epoca accettavano la propria vita perché non sapevano nemmeno che esistessero alternative. Hélène sembra soddisfatta, ma probabilmente custodisce desideri inespressi».

Qual è stato l’aspetto più stimolante nell’interpretare una donna degli anni ’50 catapultata nel presente?

«Senza dubbio l’originalità della sceneggiatura. Mi sono chiesta se il pubblico avrebbe creduto a questo salto temporale, anche se esistono già film simili. Ho pensato anche a Barbie, che ho amato molto: anche lì la protagonista passa da un mondo ideale a quello reale. Il mio lavoro è stato trovare tutte le sfumature del personaggio: le paure, i sogni, le relazioni. Il rapporto con il padre, ad esempio, è molto toccante. Anche nelle scene più leggere ho cercato sempre una profondità emotiva. All’inizio pensavo fosse un film drammatico, poi è chiaro che è una commedia, ma per me era fondamentale raccontare il percorso di questa donna che parte da un mondo chiuso e limitato e arriva a desiderare qualcosa di più».

Lei si è riconosciuta in qualche aspetto del suo percorso?

«Mi sono riconosciuta più nella vita di mia madre che nella mia. Ricordo che le chiedevo se non trovasse mio padre troppo severo, e lei rispondeva che era così, ma che le voleva bene. Era una forma di accettazione radicata, legata a una società costruita intorno all’uomo. Non mi ritrovo nella condizione iniziale del personaggio, ma mi riconosco nella donna che diventa. Mi ha toccato molto il rapporto con il padre: lì ho sentito una connessione personale».

Il film ha una forte dimensione femminista. Cosa l’ha colpita di più di questo aspetto?

«È stato uno degli elementi principali che mi hanno spinta ad accettare il ruolo. Il film affronta in modo intelligente e originale le difficoltà e gli squilibri tra uomini e donne. Attraverso il viaggio dagli anni ’50 a oggi si percepiscono i grandi progressi fatti, anche se le disuguaglianze sono ancora presenti. Essendo nata in un’epoca più recente alcune cose mi sembrano inaccettabili, ma per le donne di quell’epoca erano la normalità. È molto bello vedere come il mio personaggio inizialmente rifiuti il 2025 per paura, desiderando di tornare al suo mondo, ma poi comprenda rapidamente che può aspirare a molto di più. Interpretare questo momento di trasformazione è stato davvero emozionante».

LEGGI ANCHE

RECENSIONI I Il delitto del terzo piano: hai visto davvero un omicidio?

INTERVISTA | Irene Maiorino: «Tra Lila e Portobello, il peso (e la libertà) di essere attrice oggi»

Monografie | Gabriele Muccino e la drammaturgia dei legami

Lascia un Commento

RECENSIONI I Il delitto del terzo piano: hai visto davvero un omicidio?

Odissea: svelato il misterioso ruolo di Charlize Theron