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INTERVISTE I TATTI, Paese di sognatori: Ruedi Gerber racconta il borgo che rinasce attraverso il cinema

Dal rischio dell’abbandono alla possibilità di un futuro condiviso: il regista del documentario TATTI, Paese di sognatori ci parla di comunità, memoria, agricoltura e del legame profondo nato con Marco e Massimo.

Marco e Massimo, due dei protagonisti di Tatti, paese di sognatori

ROMA – Negli ultimi decenni, tanti piccoli centri rurali hanno conosciuto lo stesso destino: lo spopolamento, l’abbandono, la sensazione che un mondo intero stesse per sparire. È accaduto anche a Tatti, borgo della Maremma toscana dove il tempo sembrava essersi fermato e dove gli ultimi abitanti rimasti custodivano una quotidianità fatta di terra, fatica e dignità. TATTI, Paese di sognatori, documentario di Ruedi Gerber, parte proprio da qui: da un luogo che sembrava condannato all’estinzione e che invece, grazie all’incontro tra chi è sempre rimasto e chi è arrivato da fuori, ritrova lentamente una possibilità di futuro. In questa intervista con Dario Cangemi, il regista ci racconta perché ha scelto proprio Tatti, cosa rischiamo di perdere quando un borgo scompare e perché il documentario, oggi più che mai, può trasformare una storia locale in qualcosa di universale.

Com’è nato il desiderio di raccontare proprio Tatti?
«Per me un film deve sempre nascere da qualcosa di personale. Credo che un regista debba parlare di ciò che conosce davvero, di ciò che ama, di qualcosa verso cui sente un legame profondo. Tatti, e soprattutto le persone che lo abitano, mi hanno colpito per la loro autenticità: hanno un modo unico di stare al mondo, di restare se stessi e allo stesso tempo di aprirsi all’altro, anche a chi arriva da fuori. Mi sembrava una realtà che meritava di essere vista. In fondo questo film è anche una lettera d’amore.
Poi, durante il lavoro, il racconto si è trasformato. All’inizio c’erano molti personaggi e molte direzioni possibili, ma in montaggio tutto si è fatto più chiaro: è emerso il valore delle relazioni, del modo in cui queste persone si parlano, si ascoltano, si avvicinano. Da lì è nato anche un livello più intimo del film, più emotivo, che riguarda la crisi, il coraggio di reinventarsi e la forza di ricominciare.»

Cosa perdiamo davvero quando un luogo come Tatti rischia di scomparire?
«Secondo me perdiamo moltissimo, forse tutto. Non perdiamo soltanto degli abitanti: perdiamo il contatto con il passato, perdiamo il rapporto con la natura, perdiamo un’idea di partecipazione alla vita collettiva. Il rischio è diventare soltanto consumatori, persone scollegate da ciò che mangiano, da come nasce il lavoro agricolo, da come un paese vive davvero.
Non tutti devono fare gli agricoltori, naturalmente, ma tutti dovrebbero sentire che esiste un legame tra la terra, il cibo, il territorio e la comunità. Quando questo si spezza, resta solo la logica dei numeri, del profitto, dell’agroindustria che mangia tutto. E invece un paese vive se riesce ancora a sentire quel legame.»

Nel film il rapporto con Marco e Massimo è centrale: come si è costruita la fiducia tra voi?
«Come in tutti i rapporti veri, ci è voluto tempo, ma c’è stata subito una scintilla. Loro raccontano sempre che, quando arrivai lì dopo aver comprato una casa abbandonata, mi videro aggirarmi per il paese come un ragazzo curioso, con il bastone e il cappello, uno che voleva capire, entrare in contatto, conoscere davvero quel luogo. Credo che abbiano sentito immediatamente che non ero lì da osservatore distante, ma con un desiderio autentico di relazione.
Poi, naturalmente, la fiducia è cresciuta poco alla volta. Con Marco e Massimo, ma anche con la loro madre, presenza silenziosa e fortissima. Nel film si percepisce questa dimensione familiare, quasi domestica, che è fondamentale: non c’è solo il lavoro nei campi, c’è anche una struttura affettiva che tiene insieme tutto e dà forza ai gesti quotidiani.»

Quello che racconta il film può diventare un modello per altri borghi?
«Io penso di sì, e penso anche che sia molto replicabile. Però c’è una condizione fondamentale: bisogna essere aperti all’altro. Non si può controllare tutto, non si può pianificare ogni passaggio, ma se si apre una porta, se si accetta la curiosità, se si crea uno scambio reciproco, allora qualcosa accade davvero.
Io credo molto nel fare insieme, nel mettere in comune idee, esperienze, sensibilità diverse. Non bisogna nemmeno ossessionarsi subito con il risultato: a volte si deve iniziare come si inizia un esperimento, con disponibilità e fiducia. È in quello spazio che può nascere una rinascita concreta, non solo simbolica.»

Oggi tornare alla terra è ancora un’utopia romantica? E quale può essere il ruolo del documentario nel raccontarlo?
«Forse all’inizio c’è anche una componente romantica, ma la realtà poi è molto più dura e concreta. Oggi si dice spesso ai giovani che per vivere debbano andare altrove, nelle grandi città, inseguendo l’idea che solo lì si trovi il lavoro o la possibilità di costruirsi un futuro. Io invece penso che, sempre di più, avere un posto a cui appartenere sia un valore enorme. Trovare il proprio habitat, il proprio luogo, può diventare qualcosa di fondamentale.
Certo, non bisogna idealizzare la campagna: non basta lasciare qualche animale libero per sentirsi in armonia con il mondo. Bisogna creare qualcosa davvero, insieme agli altri, diventare parte di un tutto. E lì il romanticismo iniziale lascia spazio alla verità del vivere: l’inverno, la fatica, il tempo duro. Ma è anche questo che rende quei luoghi così veri e così belli.
Quanto al documentario, credo debba mettere dentro il più possibile la sensibilità di chi filma: le emozioni, la cura per il dettaglio, il suono, la luce, la musica. Non basta registrare la realtà: bisogna trasformarla in cinema. Quando succede, il pubblico non pensa più di avere davanti “solo” un documentario, ma un vero film, capace di coinvolgere e di restare.»

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