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INTERVISTE I Il debutto di Emma Quartullo con Un altro passo: «cambiare le persone: è ciò che fanno teatro e medicina»

Emma Quartullo debutta alla regia con uno spettacolo che intreccia teatro, scienza e moda per raccontare la sfida dell’oncologia

Emma Quartullo

ROMA – Teatro, scienza e moda possono sembrare tre mondi lontanissimi. Eppure, in Un altro passo, diventano un unico linguaggio per raccontare la malattia, la ricerca e la possibilità di guardare al futuro con speranza. Alla sua prima regia teatrale, Emma Quartullo sceglie una sfida ambiziosa: portare in scena il percorso di una giovane modella colpita da un linfoma, accompagnata da figure inattese come Rita Levi-Montalcini e una minuscola cellula. Ne nasce uno spettacolo corale, dove il rigore scientifico incontra l’emozione, la moda diventa racconto e il teatro si conferma uno strumento potente per trasformare temi complessi in esperienza condivisa.

Un altro passo unisce teatro, scienza e moda: come hai lavorato per far dialogare mondi così diversi?

«Un altro passo mette in dialogo teatro, scienza e moda attraverso un lavoro profondamente corale. Da una parte abbiamo avuto il supporto della Fondazione Fondazione IncontraDonna e del divulgatore scientifico Giovanni Carrada, che ci hanno aiutato a costruire una base solida e rigorosa rispetto alla malattia e all’evoluzione della ricerca oncologica. Dall’altra, i designer della Maison hanno contribuito con creazioni straordinarie, capaci di portare in scena anche il linguaggio estetico ed emotivo della moda. A fare da ponte tra questi mondi è stata soprattutto la scrittura del nostro autore, Filippo Macchiusi. Abbiamo immaginato la storia di una modella che si trova ad affrontare un linfoma, accompagnata dalle visioni di Rita Levi-Montalcini e dal goffo zelo di una sua minuscola cellula. Attraverso questa narrazione, linguaggi apparentemente lontani sono riusciti ad incontrarsi».

Quanto è stato importante il contributo scientifico per costruire lo spettacolo?

«Innanzitutto ci tengo a dire che il contributo scientifico è stato fondamentale, non solo dal punto di vista dei contenuti, ma anche da quello concreto e progettuale. Senza il sostegno della ricerca e della Fondazione IncontraDonna non avremmo potuto realizzare uno spettacolo così ambizioso.
Era importante che ogni elemento legato alla malattia, alla ricerca oncologica e alla medicina personalizzata fosse trattato con accuratezza, ma anche con umanità, per questo la fondazione mi ha garantito il sostegno di collaboratori autorevoli nel campo. Io, dalla mia parte invece ho scelto un drammaturgo laureato in medicina, che con immensa fantasia ha saputo creare storie a partire proprio dalla biologia. Abbiamo lavorato per trovare un equilibrio tra precisione scientifica e forza narrativa, cercando di non perdere di vista l’aspetto emotivo e umano della storia».

Lo spettacolo parla di progresso scientifico e medicina personalizzata: pensi che il teatro possa aiutare a divulgare temi complessi meglio di altri linguaggi?

«Credo che il teatro sia uno mezzo di comunicazione potentissimo, quando riesce a stare nell’onestà e a creare un contatto autentico con il pubblico. Per me, che affronto qui la mia prima regia, è un progetto molto ambizioso.
L’obiettivo è lasciare allo spettatore una sensazione di speranza e di solidarietà. Lo spettacolo parla certamente di medicina personalizzata e di progresso, ma non solo scientifico. Parla di lotte: contro la malattia, lotte politiche, personali, femminili. È un racconto sul continuare ad andare avanti per migliorare. In fondo è ciò che fanno sia la medicina sia il teatro: cambiare le persone.
Ci piacerebbe trasmettere fiducia nella ricerca e nelle nuove frontiere che si sono aperte negli ultimi anni. Oggi iniziamo finalmente a vedere i risultati di decenni di studio e di lavoro. La storia dell’oncologia, in particolare, è diversa da quella di molte altre branche della medicina: è una battaglia lunga e lenta, costruita dal lavoro di tantissimi scienziati e medici che spesso non hanno visto in vita i frutti delle proprie ricerche. Il teatro, invece, ha il privilegio di avere tempi molto più immediati: può arrivare direttamente alle persone, creare empatia, rendere accessibili temi complessi attraverso l’emozione e l’esperienza condivisa. Ed è proprio questa la sua forza nella divulgazione».

Dopo questo debutto, senti che il teatro sarà sempre più parte del tuo futuro?

«Non mi vedo da nessun’altra parte. Sto vivendo una fase del mio percorso lavorativo molto intensa e significativa, in cui sto scoprendo con chiarezza ciò che mi rende davvero felice, e per questo mi sento profondamente grata e fortunata.
Allo stesso tempo, non posso nascondere una certa preoccupazione per la precarietà che caratterizza il mondo del teatro e dello spettacolo. Il teatro è un lavoro e chi lavora deve avere la possibilità concreta di farlo in modo dignitoso e sostenibile. Troppo spesso, nel teatro, si lavora in condizioni di grande fragilità, con risorse limitate che rendono difficile costruire una continuità professionale dignitosa. Non si può sperare che la possibilità di sviluppare progetti ambiziosi dipenda ogni volta da un’eccezione fortunata: la cultura dovrebbe essere sostenuta in modo strutturale, perché chi la crea possa lavorare con dignità e continuità».

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