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Fausto Russo Alesi: «La comunità si ricostruisce ascoltando gli altri, non lasciando indietro nessuno»

Dopo la presentazione al Bellaria Film Festival e il Premio Zefiro come miglior attore, Fausto Russo Alesi racconta La bolla delle acque matte, il nuovo film di Anna Di Francisca tra terremoto, rinascita e bisogno di comunità.

ROMA – Cosa resta di un luogo quando tutto sembra essersi fermato? È la domanda silenziosa che attraversa La bolla delle acque matte, il nuovo film di Anna Di Francisca presentato al Bellaria Film Festival e ora nelle sale. Un racconto sospeso tra realismo e dimensione quasi fiabesca che parte dalle ferite lasciate dal terremoto in Umbria per parlare di comunità, appartenenza e possibilità di rinascita. Al centro del film c’è Lorenzo, un sindaco interpretato da Fausto Russo Alesi, che prova ostinatamente a rimettere insieme i pezzi del proprio paese immaginando un ristorante multietnico come luogo d’incontro, scambio e futuro. Un personaggio umano, fragile, lontano dall’idea dell’eroe tradizionale, che è valso all’attore il Premio Zefiro come miglior attore alla 44ª edizione del Bellaria Film Festival. Noi di Hot Corn lo abbiamo intervistato dopo la chiusura del festival. E quella che ne è uscita è una conversazione sul cinema, sull’empatia e su cosa significhi oggi provare ancora a costruire qualcosa insieme. Nel cast del film, accanto a Russo Alesi, ci sono anche Jaele Fo, Lucia Vasini, Sidy Diop, Ida Sansone, Igor Štamulak, Kel Giordano, Elvira Cuflic Basso, Jacob Olesen e Suleman Ahmed.

Hai appena ricevuto il Premio Zefiro come miglior attore al Bellaria Film Festival per La bolla delle acque matte. Che valore ha per te questo riconoscimento?

«Ha un valore molto forte. Sono molto grato ad Anna Di Francisca per avermi affidato questo ruolo, perché Lorenzo è un personaggio che ho amato fin da subito. È un uomo che prova a far rinascere un tessuto sociale in un luogo devastato dal terremoto, ma quel luogo diventa quasi una metafora: uno spazio dove fermarsi e chiedersi davvero come si possa tornare a condividere, collaborare, ascoltarsi. È un sindaco atipico: la fascia quasi non la indossa mai, si sporca le mani continuamente, cerca soluzioni concrete, lotta contro la burocrazia e contro i pregiudizi. Però ha un sogno più forte di tutto: costruire una comunità che non lasci indietro nessuno».

A Bellaria si è parlato molto di comunità e il vostro film sembrava dialogare perfettamente con questo tema. Secondo te cosa prova a raccontare oggi La bolla delle acque matte?

«Che forse dovremmo riconnetterci con una dimensione più umana e collettiva. In quei luoghi ci sono persone che, dopo anni, vivono ancora nei container aspettando di poter riaprire il proprio ristorante o il proprio negozio. Ci vuole una forza enorme. Il film ci dice che la rinascita può esistere solo attraverso la collaborazione. Bisogna ascoltare le sofferenze degli altri, capire che un luogo vive davvero soltanto quando tutti possono sentirsi parte di quel luogo. Non puoi ricostruire qualcosa di bello ignorando chi ti sta accanto».

Nel film la rinascita passa attraverso un ristorante multietnico, il cibo, l’incontro tra culture diverse. Quanto ti sembrava importante raccontare questo oggi?

«Per me è fondamentale. Non c’è nulla di retorico in questo racconto. Le guerre, la prepotenza, la legge del più forte distruggono qualsiasi possibilità di bellezza e di convivenza. Nel film invece si parla di empatia. E penso davvero che l’empatia possa essere contagiosa. In quel paese tutti si ritrovano nella stessa situazione, ma con storie diverse, identità diverse. La fatica è proprio quella: riuscire a far convivere le differenze. Però è una fatica che ha senso, perché è la vita stessa. Alla fine il film parla anche di cose molto semplici: un piccolo ristorante, persone che si siedono insieme, sapori che si mescolano, relazioni sincere. Sono cose piccole, ma possono cambiare completamente un luogo».

Fausto Russo Alesi in una scena del film.

Il film oscilla continuamente tra realismo molto duro e una dimensione quasi fiabesca. Com’è stato trovare questo equilibrio da attore?

«Lorenzo vive proprio tra questi due mondi. Da una parte c’è la concretezza assoluta: i problemi pratici, il trattore, le pratiche da sindaco, il lavoro quotidiano. Dall’altra c’è una dimensione quasi spirituale, misteriosa, legata alla natura, alle Sibille, a qualcosa di più grande. È come se lui sentisse continuamente questa forza invisibile che lo guida. E credo che il film parli anche di questo: della necessità di non diventare macchine, di non perdere il contatto con una parte più profonda di noi stessi. I luoghi difficili, le relazioni difficili, perfino i conflitti possono essere una grande ricchezza, perché ti costringono a chiederti continuamente: “Chi siamo? Che senso ha stare qui insieme?”».

Nel film si parla molto anche di persone invisibili. Pensi che il cinema abbia ancora la responsabilità di raccontarle?

«Assolutamente sì. Siamo circondati da vincenti, da persone che devono essere sempre visibili. A me invece interessa l’invisibile, l’inedito, l’ultimo. Succedono cose meravigliose nei luoghi difficili, lontani dai riflettori. L’arte ha una forza enorme perché può raccontare tutti gli aspetti dell’essere umano, non solo quelli comodi o spettacolari. E poi ci sono persone che vivono davvero queste situazioni ogni giorno sulla propria pelle. Noi attori ce ne facciamo veicolo attraverso un film, ma c’è chi dedica la propria vita a cercare di ricostruire quei luoghi o semplicemente a ottenere risposte che non arrivano mai».

Cosa ti sei portato via personalmente da questa esperienza?

«Mi porto dietro un sentimento molto limpido, molto gioioso. Girare lì è stato difficile: eravamo in montagna, senza comodità, senza veri spazi di appoggio. Però tutto questo ci ha uniti tantissimo. Anna Di Francisca ha creato una bolla vera, accogliente, piena di sensibilità. E allo stesso tempo stare dentro quelle case distrutte mi ha profondamente commosso, perché senti davvero che lì le vite delle persone si sono fermate. Non possiamo abituarci all’idea che dove esistono dolore e ingiustizia si possa continuare a vivere nell’immobilismo o nella dimenticanza».

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