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Cannes 2026: il racconto di un’edizione atipica che mette in dialogo autori, generazioni e geografie

Tra industria e immaginazione, la 79ª edizione si misura con il presente per interrogare il futuro del cinema.

ROMA – Succede sempre così: a un certo punto dell’anno, senza che te ne accorga davvero, tutto ricomincia a girare attorno a quei pochi giorni. I titoli, le voci, le attese, le scommesse. Film che ancora non esistono e già pesano. Carriere che si giocano in una mattina. Applausi che durano troppo, o troppo poco. Non comincia con un film. Non comincia nemmeno con una première. Cannes inizia prima, molto prima: nell’idea stessa che il cinema – come spesso ci piace osservare – possa ancora essere un luogo in cui il mondo si raccoglie, si specchia, perchè no, si contraddice. Inizia in quella tensione quasi invisibile tra industria e immaginazione, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo. Eppure, anche questa volta, eccoci qui.

La 79ª edizione del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio 2026, si presenta come una delle più dense e stratificate degli ultimi anni. Oltre duemila film candidati da tutto il mondo, una selezione che si riduce a poco più di un centinaio di titoli tra concorso e sezioni parallele. In un panorama sempre più dominato dalle piattaforme e dalla velocità del consumo, Cannes continua a difendere un’idea quasi radicale di visione: collettiva, immersiva, necessaria.

A guidare questa edizione è Park Chan-wook, presidente di giuria e autore che ha fatto dell’estetica una forma di pensiero. Attorno a lui, un concorso che mette in dialogo generazioni e geografie: i grandi maestri tornano a confrontarsi con nuove voci, mentre il festival sembra ridisegnare i propri equilibri, spostando l’attenzione verso un cinema più internazionale, più politico, più inquieto. Non è un caso se, tra i titoli più attesi, emergono storie che attraversano conflitti, identità, trasformazioni.

Cannes 2026 è anche un festival che riflette su sé stesso. Il manifesto, ispirato a Thelma & Louise, suggerisce un’idea di libertà che è insieme fuga e affermazione, mentre le Palme d’oro onorarie a figure come Peter Jackson e Barbra Streisand tracciano un ponte tra immaginari diversi, tra spettacolo e autorialità. E poi c’è il mercato, il cuore invisibile della macchina: migliaia di professionisti, accordi, progetti che nascono e si trasformano, a ricordarci che Cannes è anche – inevitabilmente – industria. Ma ridurre tutto questo a numeri o nomi sarebbe un errore. Perché Cannes, prima di ogni altra cosa, è un’esperienza. Forse l’esperienza. È il tempo dilatato delle attese fuori dalla sala. Nelle pagine del nostro magazine cartaceo, presto disponibile in edizione digital, abbiamo provato a raccontare tutto questo. Buon festival.

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