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Inception | Cosa resta del labirinto di Nolan dieci anni dopo?

Il sogno, il subconscio, le pagine di Borges e l’importanza di un film. Che il 12 agosto torna al cinema

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Leonardo DiCaprio e Christopher Nolan sul set di Inception. Il film uscì in Italia il 24 settembre del 2010.

MILANO – Ci sono due tipi di film: quelli che finiscono non appena appaiono i titoli di coda sullo schermo (grande o piccolo che sia) e poi tutti gli altri, quelli che invece non finiscono. Mai. Nemmeno dopo, nemmeno a distanza di anni dalla prima visione, nemmeno se non li si rivede più per molto tempo, perfino se li si vede una sola volta e poi nulla più. Inception fa (decisamente) parte della seconda categoria, un magma visivo di 148 minuti che una volta innestato nella testa dello spettatore, non smette di muoversi, agisce sul subconscio, riporta a galla immagini o flash in situazioni apparentemente lontane, addirittura si lega alle nostre vite e a vicende personali che ovviamente nulla hanno a che fare con il film di Nolan. Forse.

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Christopher Nolan e Leonardo DiCaprio sul set di Inception durante una pausa.

Ci sono molti modi per celebrare i primi dieci anni di Inception (in Italia uscì il 24 settembre 2010 e il 12 agosto la Warner lo riporta al cinema) e sono molto differenti tra loro: il primo, più specifico, è spiegare tecnicamente come fu possibile girarlo, come Parigi finì sottosopra davanti agli occhi di DiCaprio e Ellen Page, in che modo Joseph Gordon-Levitt riuscì a stare in piedi in quel corridoio e come fu creata la fortezza nella neve dal retrogusto di Bond. Però no, non è questo l’approccio che useremo questa volta, perché qui l’obbiettivo è andare oltre, capire come Nolan riuscì a scardinare il subconscio di milioni di persone, come fu in grado di lasciare nelle nostre teste dei semi che anche dopo anni continuano a fiorire, a generare altro. Alla ricerca del senso di quella trottola che, per chi ama il film, mai ha smesso di girare. E mai smetterà.

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Nolan spiega una scena a DiCaprio e Ellen Page sul set di Inception.

Per arrivare al cuore di Inception e nella testa di Nolan bisogna partire da Jorge Luis Borges e da un racconto breve firmato nel 1944 dallo scrittore argentino, citato spesso dal regista come ispirazione: Le rovine circolari. «Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà», scrive Borges, e poi continua: «Comprese poi che l’impegno di modellare la materia incoerente e vertiginosa di cui si compongono i sogni è il più arduo che possa assumere un uomo». Chi è quell’uomo? Cosa sta sognando? E perché? Probabilmente è già lui il Dominic Cobb di Leonardo DiCaprio – mai lodato abbastanza per questo ruolo – un personaggio enigmatico quanto affascinante, sempre impeccabile, elegante, avvolto dentro i suoi abiti come dentro il suo mistero, che si fa sempre più fitto. Anche dopo la fine.

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«Voleva sognare un uomo». DiCaprio è Dom Cobb in Inception.

«Nel sonno dell’uomo che lo sognava, il sognato si svegliò», scrive Borges e Nolan parte da quelle parole per costruire un enigma che non ha soluzione, che non va nemmeno visto, ma va sognato, perché Inception è il Titanic del subconscio, è la sensazione che lasciano addosso i sogni il mattino dopo, la vita parallela che non vivremo mai e tutte le strade non prese che pure erano là. La vita ha spiegazione? No. E il volto di Marion Cotillard, la sua espressione dall’altra parte del cornicione, quei castelli di sabbia franati come può franare (solo) un amore conduce ancora al palazzo di Borges: «Solo ciò che se ne è andato ci appartiene». Sovvertire tutte le regole per comprendere meglio il mondo che si ha attorno, ribaltare tutte le leggi, a partire dalla forza di gravità. E per questo Parigi si capovolge.

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L’amore che franerà: DiCaprio e Marion Cotillard in una scena di Inception.

Inception racchiude tutto il fascino del cinema di Nolan, che non è Kubrick – se non per livello di culto – ma è qualcosa d’altro, un magico matematico pieno di fantasia e dal gusto estetico sublime, un fuoriclasse che gioca con spazio e tempo, crea labirinti solo per il gusto di rimanerci chiuso dentro e – non dimentichiamolo, anzi rimarchiamolo – anche un autore capace con Inception di incassare 830 milioni di dollari al botteghino con un’idea originale, unico film nella Top 10 del 2010 a non essere un sequel, un cinecomic, un reboot o un cartoon. E qui torniamo alla domanda iniziale: ma cos’è Inception? Un sogno. Sì. Forse. «Un giorno, l’uomo emerse dal sonno come da un deserto viscoso», scriveva ancora Borges ne Le rovine circolari, «guardò la luce vana d’un tramonto che prese per un’aurora e comprese di non aver sognato…».

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