A riaccendere i riflettori su una vicenda sepolta troppo velocemente arriva oggi Pablo Trincia
ROMA – Era il 18 novembre del 1989 e sulla statale 106 nei pressi di Roseto Capo Spulico, provincia di Cosenza, una delle promesse più luminose del nostro calcio perse la vita a soli 27 anni; il suo nome era Donato Bergamini, ma tutti lo conoscevano come Denis. Denis giocava nel Cosenza calcio e sognava la serie A, era un ragazzo solare, riservato e molto amato, soprattutto dai compagni di squadra e tifosi. Secondo la versione ufficiale, Denis si sarebbe lanciato volontariamente sotto un camion in corsa dopo aver posteggiato la sua macchina in una piazzola di sosta, con a bordo la sua ex fidanzata. Questa versione fu accettata con sorprendente disinvoltura da autorità e inquirenti, peccato che nessuno ci abbia mai creduto davvero. Non i compagni di squadra, non la famiglia e soprattutto non Donata, la sorella a cui era legatissimo, e che da allora ha fatto della ricerca della verità la sua ragione di vita. I dettagli che non tornavano erano troppi: i segni sul corpo incompatibili con un investimento, la testimonianza confusa dell’autista, i racconti contraddittori di Isabella, l’ultima a vederlo vivo. Il caso si chiuse nel 1991 con un processo per omicidio colposo e tante, troppe domande lasciate senza risposta. Tutto archiviato ma il sospetto, quello no.

A riaccendere i riflettori su una vicenda sepolta troppo velocemente arriva oggi Pablo Trincia; giornalista d’inchiesta, narratore lucido e chirurgico, Trincia ci aveva già abituati a storie scomode e dolorose – tra queste Veleno, Dove nessuno guarda – il caso Elisa Claps, Il dito di Dio, E poi il silenzio: il disastro di Rigopiano – raccontate con la freddezza del cronista e la profondità del romanziere e anche questa volta non delude le aspettative. Pablo Trincia ha la capacità, ormai molto rara nel giornalismo d’inchiesta, di selezionare storie complesse, più o meno note al grande pubblico, approfondirle in modo meticoloso – con ricerche, indagini sul campo, studio di documenti e interviste – e tramutarle in narrazioni avvincenti.

In questa serie in sette episodi – anche docu serie su Sky tg 24 – accanto ai fatti e alle ricostruzioni c’è un racconto più grande, tipico della narrazione di Trincia, quello umano – fatto delle testimonianze di chi ha amato Denis e lo ricorda ogni giorno come i familiari e i compagni di squadra – e quello sociale e culturale, fatto di omertà, silenzi e onore. Un lavoro durato mesi che ha voluto far luce in quel cono d’ombra che ha portato via Denis più di trent’anni fa. La storia – scritta da Trincia insieme a Debora Campanella – è più piccola rispetto a quelle solitamente narrate da Trincia, eppure così potente perché ancora desiderosa di verità; secondo il suo stile, ormai molto apprezzato e imitato, il giornalista costruisce ogni episodio come un pezzo di un puzzle, che racconta i dettagli fondamentali che vanno ad assemblare la storia. Trincia non esprime mai un giudizio, non condiziona il pubblico ma lo guida attraverso verità processuali, perizie e ricostruzioni meticolosissime alla ricerca della verità. Una serie true crime imperdibile per gli amanti del genere e per chiunque voglia allontanarsi dal sensazionalismo in favore della verità.
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